CLAUDIA IS ON THE SOFA: “TIME OF ME”

Photo Credits: Simona Luchini

“Time of Me è la meraviglia di osservare i momenti vissuti senza porsi domande sul futuro. È perdersi in una casa delle bambole, falsa e quindi perfetta. È la notte di una strada trafficata che diventa una giostra sotto la lente di una cinepresa. È un pic-nic in famiglia all’ombra di Twin Peaks. Esistono dei momenti che riesci a vivere solo da fuori. Quando la tristezza è esaurita e l’euforia si è calmata. Quando scopri il tuo posto ed è tempo di te“.

claudia is on the sofa
“Time Of Me”, prodotto da Hashtag. , distribuito da Audioglobe e pubblicato il 4 Marzo è il secondo album di Claudia Is On The Sofa.
Oggi ho il piacere di intervistare per voi la bravissima Claudia Ferretti.

Innanzitutto partiamo con le presentazioni: come è nata Claudia Is On The Sofa e perché hai scelto questo nome?
Buon giorno Simona, sono felice di raccontarti di me.
Claudia Is On the Sofa nasce in casa, su un divano, senza l’assistenza di un dottore. Ho sempre suonato e sempre cantato, ma da tempo stava crescendo l’urgenza di dare vita a canzoni del tutto mie e così è stato.
Chitarra, foglio e penna: si canta e si scrive.
Ci sono persone che svolgono l’intera vita sul divano: è un luogo in cui rilassarsi e riposare, ma anche in cui leggere, scrivere, creare e molto altro! È il luogo in cui accogli gli ospiti o te ne stai da solo. In cui ti coccoli o ti diverti; di giorno o di notte, in salute e in malattia, quieto o eccitato.
Chi non ha dei ricordi legati a questo mobile che non è solo un oggetto, ma un luogo concreto?
È un nome che apre già un immaginario …e poi come nome Claudia Is On The Sofa suona troppo bene!

Qual è l’album più importante di tutti i tempi?
Non esiste un album più importante di tutti i tempi, sarebbe arrogante e la musica non lo è.
Se devo pensare a un disco che certamente ha segnato svolte decisive nella musica leggera penso ai Beatles e a Sgt. Pepper.

Se potessi incontrare chiunque (vivo o morto che sia), chi incontreresti e perché?
È una domanda difficilissima!
Direi Dante Alighieri: com’è possibile essere tanto umani e tanto geniali al tempo stesso! E poi se devo incontrare qualcuno nell’al di là penso non vi sia nessuno di più adatto. Potrebbe guidarmi lui stesso.
E Gengis Khan…folle visionario.

Quali sono gli artisti che maggiormente ti hanno influenzato nella tua identificazione musicale e artistica?
Moltissimi e tra i più disparati: musicisti, poeti, registi…e tanto altro. Io amo spaziare e addentrarmi anche in mondi lontanissimi dal mio. Anche nella musica mi sono avvicinata persino alla tradizione popolare etinca e a quella dance. Mi ispiro a uomini, donne, giovanissimi o anziani, persone incontrate lungo la mia strada o monumenti della storia.
Ci sono dei momenti in cui devi succhiare stimoli da tutto ciò che ti circonda, una sete continua di emozioni, ma soprattutto di poetiche, di linguaggi e di interpretazioni. Tutto si mescola finché un giorno arriva la chiave che unisce per te tutto questo mare di visioni.

Se dovessi dare una definizione precisa del messaggio che vuoi arrivi all’ascoltatore di “Time Of Me” quale sarebbe?
Raccogli te stesso in un unico grande respiro.

Cosa ha portato alla realizzazione di questo disco e soprattutto come è nato?
Ricordo bene la nascita del primo brano dell’album, l’omonimo Time of Me: pensando a momenti intensi che avevo vissuto, quella notte divenuti più chiari. Quella notte intere “galassie di nemici” avrebbero dovuto aspettare perché in quel momento non c’era niente e nessuno tranne me, il mio sofà blu ed Emmylou Ribs.

“TIme Of Me” non è per te solo un opera autobiografica, ma è il momento sospeso tra il prima e il dopo. Spiegaci.
Time Of Me è la sgrammaticata conquista di sé.
Non definirei Time Of Me un’opera autobiografica, ma piuttosto un modo di interpretare vivere alcuni momenti.
Quando pensare al passato non è nostalgia, è semplicemente vivere davvero quella gioia o quella tristezza trascorse e che, presi dai fatti, non abbiamo colto nella loro grandiosità o delicatezza.
È gustare quei momenti che raccontano di noi stessi, quando tutto è già accaduto e prima che ci si ponga troppe domande sul domani. È tutti quegli attimi che riesci a vivere solo da fuori. Quando la tristezza è esaurita e l’euforia si è calmata. Quando scopri il tuo posto ed è tempo di te.

Molti artisti all’inizio si esprimono con l’inglese, forse perché la lingua spesso è dettata dall’abito musicale che si intende fare indossare ai brani. Mi rendo conto che anche le tue canzoni si adattano perfettamente all’utilizzo dell’inglese… tuttavia, hai mai preso al vaglio l’ipotesi di comporre ed esprimerti anche in italiano?”
Claudia Is On The Sofa è un progetto ad ampio respiro, nasce in inglese perché vuole parlare in inglese, con quei suoni e aprirsi al mondo. Fare virare il sofà verso l’italiano significherebbe snaturarlo. Ciò non toglie che la nostra sia una lingua stupenda e vale la pena quanto meno giocare e sperimentare.
E la musica parla di poche cose: come si nasce, come si vive, come si ama e come si muore!

Hai collaborato con Richmond Fontaine, Scott Matthew, Polly Paulusma, Hugo Race, Steve Wynn, Pink Mountaintops, Sondre Lerche, Dillon, Simeon Soul Charger, Philip Parfitt, Omar Pedrini, Paolo Benvegnù, Cesare Basile, Federico Fiumani, Marco Parente e molti altri. Cosa ti hanno insegnato?
I grandi artisti d’oltreoceano insegnano la professionalità, la musica, la gestione dei live, l’umiltà e il sorriso verso il pubblico, gli organizzatori e gli artisti che condividono il palco. Se penso a come Steve Wynn abbia tenuto da solo il palco incantando tutta la platea per più di un’ora armato della sua sola chitarra mi viene ancora la pelle d’oca.
Tra gli artisti italiani sono legata in modo particolare a Omar Pedrini. Da solo voce e chitarra ti spacca il cuore e la stessa passione che esprime nel suonare la vive e la condivide con tutti quelli che lo circondano, dai collaboratori al suo pubblico che lo ama sinceramente. È un grande professionista.

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