Big Red Machine: musica che fonde l’anima di Justin Vernon (Bon Iver) a quella di Aaron Dessner (The National)

A cura di: Paolo Cunico

 

BIG RED MACHINE

Jagjaguwar Records

 

Tracklist:

  1. Deep Green
  2. Gratitude
  3. Lyla
  4. Air Stryp
  5. Hymnostic
  6. Forest Green
  7. OMBD
  8. People Lullaby
  9. I Won’t Run From It
  10. Melt

 

Era il 2009 quando per la prima volta Justin Vernon, mente, anima e corpo dei Bon IverAaron Dessner, colonna portante dei The National assieme al cantante Matt Berninger, diedero vita ai Big Red Machine, pubblicando una traccia omonima in Dark Was The Night, compilation nata per raccogliere fondi per l’organizzazione benefica Red Hot, che si occupa di lotta contro HIV/AIDS. Da quel momento le indiscrezioni su un possibile album di inediti del duo si sono rincorse talmente tanto da stancarsi, al punto da far perdere le speranze ai fan.

Il progetto Big Red Machine sembrava essere stato messo definitivamente in cantina dai due artisti, concentrati nelle tournée con le rispettive band e nell’organizzazione di ben due festival, l’Eaux Claires negli Stati Uniti ed il PEOPLE a Berlino. Ed è proprio in concomitanza con il primo giorno del festival americano (che quest’anno ha tenuto oscura la Line Up fino all’apertura dei cancelli) che viene annunciato il primo album dei Big Red Machine assieme alla condivisione di quattro brani, in uscita il 31 Agosto per Jagjaguwar Records e distribuito in Italia da Goodfellas.

Il disco, che porta il nome della band, è il manifesto del progetto PEOPLE, una piattaforma completamente autofinanziata nata per stimolare la collaborazione e la condivisione fra artisti, liberi da qualsiasi logica commerciale e di distribuzione. Una finestra sul mondo della creazione intellettuale, dove lo spettatore può immergersi nel processo creativo, assaporandone le tappe, senza dover esclusivamente subire passivamente il risultato finale.

Tutto questo si sente nel disco dei Big Red Machine, un lavoro certamente fatto e finito, che trasmette però la sensazione di non esserlo. Non sembra di ascoltare uno di quei lavori magistralmente prodotti in studio, pare quasi che si stia condividendo una giornata in sala prove. Un album che, mescolando le sonorità degli ultimi lavori dei Bon Iver e The National, sperimenta in maniera schietta e sincera, arrivando fino ad usare sonorità 8 bit a la Super Mario in Air Strip o a proporre un pezzo dall’anima reggae come OMDB.

Vernon e Dessner non si pongono limiti, mescolando il gospel al folk all’elettronica, richiamando la sonorità delle percussioni di 22, A Million e Sleep Well Beast (che tanto ricordano il suono delle batterie registrate attraverso il microfono Talk Back dei dischi di Peter Gabriel) e l’utilizzo dell’ormai iconico The Messina, il marchingegno simile all’autotune creato da Chris Messina, ingegnere del suono dell’ultimo disco dei Bon Iver.

Un flusso creativo che si percepisce dalla prima all’ultima nota, che stimola la mente e abbraccia lo spirito, eccitando e commovendo in un lavoro che non solo rende giustizia alla caratura dei musicisti coinvolti, ma li eleva fra i massimi esponenti della musica contemporanea.

Nel corso degli anni abbiamo avuto modo di vedere diverse collaborazioni, talvolta etichettate con la terribile nomea di “super gruppo”, prodigarsi in risultati mediocri, travolti dal clamore mediatico dei nomi coinvolti. I Big Red Machine sono tutt’altro che questo, sono due compositori sopraffini che hanno lavorato con la voglia e l’umiltà della band alla prima demo, che deve ancora dimostrare tutto ma non temono il giudizio di nessuno. I Big Red Machine sono semplicemente musica, al di là dell’ hype, delle promozioni e dei nomi.

Nella seconda traccia, Gratitude, si sente Vernon urlare:

“Well we better not fuck this up”
(Faremo meglio a non mandare tutto a puttane).

Tranquilli ragazzi, abbiamo atteso a lungo questo disco, ma ne è di certo valsa la pena.

 

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Nato sotto la stella dei Radiohead e di mani pulite in una provincia dove qualcuno sostiene di essere stato, in una vita passata, una motosega.