Un giro a Venice Pitch: intervista coi Typo Clan

A cura di Francesca Lotti

A Milano è finalmente arrivata l’estate e insieme quella voglia di partire per le vacanze. E allora, mentre camminate sotto il sole con la musica in cuffia, premete play  su Venice Pitch – l’ultimo EP dei Typo Clan – che tra sonorità elettroniche, funky e hip hop ti catapulta subito sulla West Coast americana.

Ma prima, facciamo un passo indietro: who is Typo Clan? Il progetto nasce nel 2015 dall’incontro tra Daniel Pasotti e Manuel Bonetti, produttori e musicisti bresciani. È Clan perché è un duo che si può ampliare, estendere e tornare alla sua forma originale senza perdere in qualità e approccio sperimentale, come durante il tour che ha seguito Standard Cream, accompagnato da cinque elementi.

Con uno stile riconoscibile e internazionale che li contraddistingue fin dagli esordi, in Venice Pitch il Clan si evolve e abbraccia una linea marcatamente groove, grazie anche alla collaborazione con Bruno Bellissimo. Attraverso quattro tracce, i Typo ci portano in un viaggio sonoro e visivo (date un’occhiata ai loro video!). Si parte con Suck my oh, un inno a lasciarsi andare che dalle note seducenti dell’intro si scalda rapidamente, con un ritornello corale liberatorio e ballerino. In Deal, c’è la ricerca del compromesso unita ad un sound su cui sale la voglia di scatenarsi. Segue Ready, brano che si gioca tutto su un interrogativo: Am i really ready to do this? Ovvero, siamo davvero pronti a fare quello che vorremmo? Il Clan è decisamente pronto, ma prima di andare ci congeda con Outro.

 

Abbiamo fatto due chiacchere con i Typo Clan per parlare del loro ultimo EP e non solo.

 

Ciao ragazzi! Iniziamo dalle origini. Qual è stato il vostro primo approccio con la musica?

D: Il mio primo approccio in realtà è stato a sei anni quando mi hanno obbligato a studiare musica e a suonare il saxofono.

 

Obbligato perché non era il tuo?

D: Perché io volevo suonare la batteria. Poi a 14 anni mi son ribellato e mi son comprato una batteria. E adesso suono il basso tra l’altro, quindi non si finisce mai di aver voglia di provare altre cose.

M: Il mio… mio padre. è un batterista, per cui i primi ricordi che ho legati alla musica sono quelli, io che faccio finta di suonare la batteria di mio padre. Poi non ho intrapreso quella strada percussiva, e ho preso in mano la chitarra, ho cominciato un po’ a strimpellare tutto un po’ autodidatta, poi tastiere… alla fine mi son concentrato sulle voci. Però il primo approccio è stato quello, con mio padre e la batteria.

 

E l’incontro del Clan invece com’è avvenuto?

D: Noi ci conosciamo un po’ da sempre perché lui suonava in un gruppo e io in un altro, Brescia non è enorme e quindi sapevamo chi fossimo. Però nel 2015 ci siamo ritrovati tutti e due senza un gruppo e con un po’ di “noia musicale”, ci siamo messi a scrivere delle canzoni insieme. Abbiamo visto che pressappoco ascoltavamo le stesse cose, ci piacevano le stesse cose… E allora abbiamo iniziato a scrivere quello che poi è diventato il nostro primo disco, Standard Cream.

 

Parliamo di Brescia. Come hai detto è una realtà piccola, però ne sono comunque venuti fuori un bel po’ di artisti soprattutto ultimamente, da Frah Quintale ai Coma Cose… Quanto ha influito il contesto sul vostro lavoro?

D: Guarda, con Fausto dei Coma Cose, ho suonato come batterista in un altro gruppo, quindi credo che il suo lavoro su di me sia stato abbastanza influente, anche perché abbiamo suonato insieme per cinque o sei anni. Per quanto riguarda il resto, in realtà abbiamo scritto il primo disco quando Frah Quintale stava facendo il boom e anche i Coma Cose, noi ci siamo accodati. Però loro fanno i milanesi ormai…non fanno più i bresciani! (ride)

 

E voi invece pensate di spostarvi?

D: Noi siamo fissi a Brescia per ora perché ci risulta comodo in realtà. Se dovessimo pensare di andare appunto a Milano già le cose ci sembrerebbero un po’ strette.

 

E al di là di tutti gli aspetti pratici, se il Clan dicesse: ok, posso prendermi un treno o un aereo, e andare nel mio posto ideale, quale sarebbe?

D: Beh, ora come adesso qualsiasi parte della West Coast americana andrebbe bene!

Parlando sempre di progetti futuri, c’è qualche artista con cui vi piacerebbe collaborare?

Quando abbiamo iniziato a creare questo gruppo, io e Manuel abbiam pensato che ci piacerebbe anche fare da produttori, oltre che i nostri pezzi. Spero si possa avverare, forse ci son già altri progetti in questo senso…

 

E se poteste collaborare con chiunque, a quale artista guardereste? Pure sognando in grande!

D: Va bene allora Tyler, The Creator! (ride, again)

 

Cosa ne pensate del suo ultimo lavoro, IGOR?

D: Mi piace molto. Tranne quei due singoli, due o tre canzoni molto orecchiabili, mi piace il fatto che sia molto complessa la sua musica, e la sua scrittura, i suoi arrangiamenti… ma ce li fa passare come POP.

 

Anche a livello visivo?

D: Beh, sì. Noi siamo per i colori sparati e questi abbinamenti. Che poi sono sempre tra il super pop colorato e l’LSD, perché anche lui crea dei giochi Kaleidoscopici… un viaggio!

Parliamo un po’ di Venice Pitch e della sua genesi.

D: Dopo il primo disco abbiamo girato nove mesi circa per l’Italia e abbiamo suonato parecchio, questi pezzi son nati nei post concerto, o in hotel. Li abbiamo scritti io e Manuel insieme quando alle cinque di mattina non riesci andare a dormire, quelle cose lì. Forse influenzati dai post concerti e dalle sale disco, ci siamo concentrati un po’ più sul groove.

 

Beh, comunque c’è un’evoluzione in quel senso.

D: Sì, esatto. Rispetto al primo disco è molto più marcato il groove e le parti ritmiche. Avendo scritto dei pezzi così poi abbiamo pensato: perché non produrli insieme a Bruno Belissimo?

 

Com’è che vi siete avvicinati?  Avevate collaborato con lui anche per un pezzo, per Bermuda Triangle.

D: Anche lui bresciano, quindi ci conosciamo da quando siamo adolescenti, ma non avevamo mai suonato insieme. L’abbiamo chiamato, abbiamo proposto… ci siamo chiusi una settimana nel nostro studio a Brescia ed è nato Venice Pitch.  Abbiamo registrato i pezzi e poi siamo andati a mixarli a Vulcano con Marco Caldera. Ci seguiva già dall’anno scorso, ci ha detto, però ci ha proposto di entrare nella sua etichetta e così è nata una grande famiglia.

L’altro elemento del disco che mi aveva colpito era la parte visiva: i video raccontano una sorta di una storia, ed è evidente che abbiano un filo che li lega. C’è qualche riferimento da questo punto di vista?

D: Noi siamo innamorati dei video dei Jungle. Tutti i video dei Jungle hanno un corpo di ballo, con due o più ballerini che si muovono in diversi ambienti e ci piaceva quest’idea… In più potevamo “usare” la nostra amica Alice che è ballerina [protagonista], che è quella che compare in tutti e tre i video, come filo conduttore. È come se si muovesse in tre ambienti… il primo è tutto bianco, il secondo è un campo da basket e nel terzo ci siamo tutti noi con tutto il clan che ci facciamo una grigliata.

Che è un po’ il mood da post tour?

D: Beh sì, è un po’ il mood da domenica ed è un po’ il mood di primavera… voglia di primavera.

 

Tra le tracce troviamo Ready che parte un po’ con questo interrogativo del “siamo pronti a fare quello che vorremmo?” Alla fine, la risposta è un sì, direi. Quindi vi chiedo: che cosa ci dobbiamo aspettare? Anche perché la cosa che comunque colpisce è che avete un sound abbastanza internazionale e spendibile in quel senso.

A luglio partirà il tour, adesso siamo ancora nella condizione in cui siamo sicuri di, però l’anno prossimo dovrebbero esserci delle date serie anche non in italia… vedremo!

 

Ci lasciate tre brani da ascoltare?

Strobelite – Gorillaz

No sass – Pothay  

Make it Drip – Suff Daddy

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