Passato, presente e futuro dell’indie italiano

Foto di Romina Zago e Gloria Imbrogno

A cura di Serena Coletti

Ve lo ricordate l’indie? Vi ricordate quando tutti hanno iniziato a pronunciare questa parola e qualcuno ha iniziato a storcere il naso perché insomma, quella roba lì che da noi si chiama indie altro non sarebbe che un pop in scala ridotta. L’indie vero è un’atra cosa, dicevano. Quale cosa? Beh, per esempio l’indie vero è quello di cui si parla in “American Indie” di Michael Azerrad, saggio sulla scena rock underground sviluppatasi nel  decennio che va dal 1981 al 1991.

Mi ricordo bene di aver sentito parlare per la prima volta di questo libro grazie a Karim Qqru, batterista degli Zen Circus, e al bellissimo lavoro di educazione e divulgazione che svolge sulla sua pagina Instagram, dove a colpi di post e dirette mostra ai suoi follower libri e vinili fondamentali per la sua crescita artistica e personale.

Ecco, aprendo il libro appena pubblicato agli Zen Circus la prima cosa che ho letto è stata “Andate Tutti Affanculo”, titolo del loro primo grande successo nonché del libro stesso, ma subito dopo c’era una frase, “Our band could be your life”, citazione dei Minutemen che, guarda un po’, è anche il titolo originale di “American Indie”. Inutile dire quanto questo inizio mi abbia fatto sperare in grande. Con il senno di poi e non poco rammarico sono costretta ad aggiungere che queste speranze si sono lentamente affievolite durante la lettura delle successive 300 pagine. 

Il libro, scritto con la collaborazione di Marco Amerighi e pubblicato per Mondadori, è, per loro stessa definizione, un romanzo anti-biografico. Racconta le vite di un gruppo di adolescenti pisani che all’inizio degli anni ’90 mette in piedi una band. Ora, questa band si chiama Zen Circus e tutte le informazioni anagrafiche che abbiamo sui protagonisti di questa storia sembrerebbero suggerire che si tratti proprio degli stessi Zen Circus che hanno dato vita al romanzo, ma il termine anti-biografia ci spiega che la realtà è un po’ diversa. Gli “Zen” e Amerighi hanno deciso di raccontare qualcosa che parte dall’incontro tra le loro esperienze e quelle dei personaggi che negli anni hanno popolato le loro canzoni. È sicuramente un lavoro ben curato, si lascia leggere con facilità grazie alla massiccia dose di aneddoti divertenti, eppure in alcuni tratti sembra un po’ l’ombra del romanzo che avrebbe potuto diventare se non avesse scelto sempre la strada più ovvia.

Pochi giorni dopo l’uscita di “Andate Tutti Affanculo”, un’altra band di quell’indie italiano che forse tanto indie non è ha raggiunto le librerie con un romanzo. La band in questione si chiama Lo Stato Sociale, e il libro, edito da Il Saggiatore con il titolo “Sesso, droga e lavorare”, parla di queste tre cose, anche se forse in ordine inverso. La storia, ambientata in un futuro prossimo, vede infatti come protagonista un ragazzo qualunque, privo di idee particolarmente chiare sulla sua vita o il suo futuro, che, mentre cerca i suoi primi lavori, entra in una società di lavoro interinale che si scoprirà essere un innovativo esperimento interamente controllato da un’intelligenza artificiale.

Il gruppo bolognese è giunto ormai al suo terzo appuntamento nel mondo dell’editoria, e, proprio come i colleghi pisani ha deciso di parlare di sé narrando in realtà una storia frutto della fantasia. Inoltre, proprio come i colleghi pisani, hanno coniato personaggi realistici nei loro difetti e per questo quanto più possibile universali. La lista delle affinità tra i due lavori è però piuttosto breve, e lascia presto spazio a una serie di divergenze talmente simmetriche e macroscopiche che viene da pensare ad un tacito accordo tra gli autori. Innanzitutto, è vero che in entrambi i casi si tratta di romanzi di formazione che vedono giovani adolescenti diventare, lentamente e tra veri inciampi, uomini, ma si tratta di due generazioni diversissime e a confronto. Lo sguardo degli Zen Circus è rivolto interamente al passato, ha le grinze intorno agli occhi di chi dopo mille avventure si sente, aggiungerei giustamente, arrivato a casa, e può quindi sedersi per raccontarle una ad una. “Sesso, Droga e Lavorare” è invece un tentativo di confrontarsi con un futuro tanto vicino eppure ancora così difficile da decifrare. È un invito a riflettere sull’impatto che le tecnologie hanno e avranno nelle nostre vite. 

C’è per esempio un tema ricorrente in tutti e due i romanzi, la droga, e non potrebbe essere trattato in maniera più antitetica. In “Andate Tutti Affanculo” c’è la descrizione di una provincia vessata dal dramma dell’eroina, che coinvolge anche da vicino i protagonisti, determinandone l’appartenenza a una determinata cerchia sociale e influenzandone così sogni e mentalità. Al contrario, il protagonista disegnato da Lo Stato Sociale ha un atteggiamento estremamente naïf nei confronti di qualsiasi sostanza, a cui si approccia con estrema leggerezza e che si lascia alle spalle senza grande fatica, ma sta ben attento proprio ad evitare l’eroina, perché non si sente minimamente appartenere alla categoria dei tossici. Non è un caso neanche il fatto che lui sia l’unico protagonista, mentre l’altro è un romanzo corale, che tenta così di rendere l’atmosfera che hanno respirato le prime generazioni di band rock indipendenti italiane. Gli studi di registrazione vengono infatti visti come una piazza, in cui si veniva a contatto con le altre, frequentemente citate, realtà del territorio, tra cui i Verdena che ancora erano i Verbena, Giorgio Canali, un giovanissimo Vasco Brondi e così via. 

Sono insomma due band che, dopo essere giunte sul palco dell’Ariston partendo da realtà sicuramente più underground hanno rilasciato due romanzi utili per avere un’idea dello stato di forma dell’attuale panorama indipendente italiano, anche se, dopo aver letto le circa 600 pagine che li compongono, non si può non pensare che costituiscano più un tentativo di attestare l’esistenza di tale panorama in un momento in cui, più che mai, la parola “indie” sembra aver perso il suo potere evocativo. 

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