[Recensione] All Visible Objects: il nuovo album di Moby

© Jonathan Nesvadba

A cura di Renata Rossi

 

MOBY


All Visible Objects
(Little Idiot)

 

TRACKLIST

1. Morningside ft. Apollo Jane

2. My Only Love ft. Mindy Jones (Roxy Music cover)

3. Refuge ft. Linton Kwesi Johnson

4. One Last Time ft. Apollo Jane

5. Power Is Taken ft. DH Peligro & Boogie

6. Rise Up In Love ft. Apollo Jane

7. Forever

8. Too Much Change ft. Apollo Jane

9. Separation

10. Tecie

11. All Visible Object

 

Gli anni ’90 rappresentano per i nostalgici quarantenni di oggi i bei tempi andati, gli anni d’oro della gioventù. In questo periodo poi, in cui il covid-19 ci fa sentire nostro malgrado protagonisti di una storia kafkiana, ci sentiamo come in trappola e ci rifugiamo spesso nei ricordi del passato.

Musicalmente gli anni ’90 sono quelli in cui l’elettronica subisce mutazioni e cambiamenti, la dancefloor rivoluziona il concetto stesso di ballo in discoteca. Hip hop e funk, rhythm and blues, musica ambient, tutto si mescola nel segno della contaminazione e del cambiamento.

Tra i massimi artefici di questo cambiamento vi è sicuramente Richard Melville Hall, in arte Moby.
Nato a New York nel 1965, dopo aver conquistato nell’ambiente underground americano una certa fama come dj, pubblica il suo primo album nel 1990. Ma è alla fine del decennio, nel ’99 che la sua vita cambierà per sempre: il cantante, dj e producer americano conquista con “Play” una fama e un’attenzione mondiale che non lo abbandoneranno mai.
L’album è una sorta di melting pot musicale in cui le 18 canzoni che lo compongono riescono a sdoganare una volta per tutte la musica elettronica che sembra piacere un po’ a tutti: si rivela underground per un certo tipo di pubblico e quella giusta per gli amanti della musica disco. Un binomio perfetto, una fusione di divertimento e ipnosi, campionature, riff fulminanti, beat turbinosi e frenetici, ritmi da ballare ma anche ossessivi. Dodici milioni di copie vendute, un successo planetario per pezzi che diventano conosciutissimi da chiunque anche perchè letteralmente venduti a spot pubblicitari, documentari e film dell’epoca in maniera furba e geniale.

Negli anni Moby non cessa mai di far parlare di sé, non solo per la musica ma anche per la sua vita privata turbata da una dipendenza da alcool e droghe. Nel corso degli anni il suo nome è però sempre legato ad una attenzione a cause benefiche.
Nel 2019 nella sua pagina instagram mostra un tatuaggio non proprio invisibile sul collo con scritto VEGAN FOR LIFE:
sono trentadue anni che l’artista segue un’alimentazione vegana e porta avanti una battaglia per i diritti degli animali.
Negli ultimi 10 anni Moby ha donato il 100% dei profitti della maggior parte del suo lavoro a enti di beneficenza per i diritti umani e degli animali oltre a partecipare a campagne di sensibilizzazione e dedicare parte dei suoi brani alla natura e ai suoi abitanti.
Il suo diciassettesimo album, “All Visible Objects”, uscito il 15 maggio per Little Idiot, distribuzione Audioglobe, devolverà ancora una volta tutti i proventi ad una serie di organizzazioni che si occupano tanto della difesa dell’ambiente e ai diritti degli animali. Tra queste Brighter Green, Rainforest Action Network, Extinction Rebellion, associazioni animaliste come Mercy for Animals, Animal Equality, Humane League, International Anti-Poaching e altre organizzazioni benefiche come ACLU, Physicians Committee, Good Food Institute e Indivisible Project.

Musicalmente il disco mostra un importante ponte col passato e l’elettronica anni ’90. Un album che gioca sicuramente con l’effetto nostalgia: febbrile e magnetico, un insieme di, rave, techno e dub. Tuttavia non mancano i pezzi ambient, soprattutto in una seconda parte dal respiro più ampio e passaggi di pianoforte.

L’album inizia con “Morningside”, avvolgente e ipnotico, nello stile di Moby, con di urla distanti e ripetitive cui segue “My Only Love” cover dei Roxy Music, con interessanti arrangiamenti orchestrali.

Il primo singolo, Power is Taken, realizzato in collaborazione con D.H. Peligro, batterista dei Dead Kennedys, è forse il brano migliore dell’album, un incitamento ipnotico e potente ad abbattere gli oppressori.

“noi che odiamo l’oppressione dobbiamo combattere contro gli oppressori, il potere non è condiviso, il potere è preso”

Non sono da meno l’energica Rise Up in Love, in cui brillano gli intarsi vocali di Apollo Jane, e Refuge impreziosita dalle  parole di Linton Kwesi Johnson, cantante e poeta straordinario.

how can there be calm when the storm is yet to come?

Un disco, quindi, musicalmente interessante, che nei suoni sembra voler gridare il bisogno di pace e amore tra gli abitanti del pianeta e che merita tanto per quello che si propone di fare, appoggiare attivamente una battaglia importante come la difesa dell’ambiente e degli animali in un momento come questo, in cui l’uomo sta davvero distruggendo il mondo in cui vive.

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