A cura di Renata Rossi
24 Grana
Bidonville
Il ritorno dei 24 Grana è di per sé una bella notizia.
Sono passati quindici anni, davvero tanti, da La stessa barca (2011), il loro ultimo album in studio.
Ma i fan non hanno mai smesso di sperare in una nuova uscita accompagnando questi lunghi anni con gli ascolti dei dischi pubblicati da Francesco Di Bella, voce e anima della band. Poesie malinconiche, ritratti di una Napoli viva e passionale, storie di persone ai margini, in cui l’uso della voce e del napoletano diventa uno strumento espressivo aggiunto, capace di restituire alle parole una forza e un’intimità unica.
Con Bidonville, i 24 Grana ritrovano il proprio spazio naturale, muovendosi tra la dolcezza cantautorale del Di Bella solista e il rock ruvido della band, tra la memoria di una storia musicale importante e le contraddizioni del presente. Il cantante torna ad affiancarsi ai suoi sodali, Cotugno, Fontanella e Minale, e la ritrovata dimensione collettiva si avverte nella struttura più densa dei brani. Il suono è diretto, essenziale, privo di fronzoli, giova dell’esperienza del Di bella solista ma si nutre della presenza degli altri musicisti, in un mix che funziona.
Chitarre distorte e rock protagonisti, elettronica e cantautorato, i 24 Grana hanno un sound personale e distintivo senza la necessità di cercare nuove strade: tornano a fare quello che hanno sempre saputo fare meglio, arrivare al cuore in maniera viscerale e profonda. Il disco racconta le periferie, Napoli innanzitutto, ma anche quelle bidonville che attraversano il mondo, luoghi in cui la precarietà materiale si unisce a quella emotiva e sociale. Spazi abbandonati, vite sospese, assenza di luoghi d’incontro e di condivisione: il paesaggio urbano diventa lo specchio di una società disumanizzata. La marginalità non è soltanto una condizione geografica, ma uno stato dell’anima, un vuoto che diventa rabbia e solitudine. E anche l’amore ne paga le conseguenze, si impoverisce, come racconta Stadera, singolo del disco
Quanno t’aggio cercato nun ce stive
Cchiù ‘e chello che è fernuto che vulive?
Quanno t’aggio lassato nun capive
Cchiù ‘e chello che è fernuto che vulive?
Bidonville ha il coraggio di dedicare una canzone a Gaza, brano che racconta la distruzione senza rinunciare alla speranza, dando voce a un popolo che continua a resistere anche quando sembra che tutto sia stato perduto.
«Gaza nun ce sta cchiù», ripete Francesco Di Bella in un ritornello doloroso, che diventa pianto e preghiera. Le lacrime dei bambini, la morte che passa e si porta via tutto. Eppure, proprio quando le parole sembrano raccontare la fine di ogni possibilità, arriva la risposta:
Gaza nun ce sta cchiù
Gaza nun ce sta cchiù
Lacreme d’’e criature
Ca moreno ‘e famme e sete
Nisciuno cchiù votta ‘e prete
Ma nun è fernuto
niente è perduto
Pure se ‘a morte è passata
E s’ è pigliato tutto chello ca se puteva pigliàGaza nun ce sta cchiù
Gaza nun ce sta cchiù
Ma ‘o popolo ce sta ancora
È una tensione che attraversa tutto il disco. Le periferie, i luoghi desolati e abbandonati diventano metafore di un’umanità lasciata ai margini, ma anche spazi in cui le storie individuali continuano a cercare una possibilità di riscatto. La povertà raccontata dai 24 Grana è materiale e sociale: mancano le risorse, le infrastrutture, gli spazi in cui incontrarsi e riconoscersi. E quando vengono meno le occasioni di relazione, anche il tessuto umano rischia di sgretolarsi, lasciando spazio alla violenza e all’indifferenza. Eppure, nonostante tutto, Bidonville, come nella tradizione dei 24 Grana, non si arrende ma resiste. Resiste nell’idea che qualcosa possa ancora essere ricostruito, reinventato. La ricchezza, è nel riciclo, nel riadattamento, nella capacità di dare nuova vita a ciò che sembrava finito.
Non dimentichiamoci che i 24 Grana festeggiano quest’anno i trent’anni di carriera, sicuramente il modo migliore per farlo è con un nuovo disco, “na criatura” che possiede un’anima e un cuore, capace di entrare nelle vite di chi l’ascolta.
