Ci sono appuntamenti che oltrepassano i confini del semplice concerto per farsi riti collettivi e necessari. L’approdo al Teatro Politeama di Catanzaro, come esclusiva regionale della XXIII edizione del Festival d’Autunno, della ballad opera “E morte non avrà dominio”, firmata da Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla, appartiene di diritto a questa rara categoria. Un evento in cui la poesia si è fatta materia viva, suono e testimonianza viscerale.
Ispirandosi alle suggestioni del celebre Dylan Thomas (e a un’idea di ribellione contro la cultura dell’indifferenza e della fine), la rappresentazione ha tramutato il palcoscenico catanzarese in una sorta di “città matta”: un microcosmo poetico e dolente, affollato di solitudini, stranezze irriducibili e fantasmi esistenziali. Un’opera corale e visionaria, arricchita dalle regie e dalla scenofonia del Collettivo La Cùpa, in cui la memoria collettiva è tornata a occupare uno spazio pubblico e condiviso.
Il cuore pulsante della performance è emerso dal fitto dialogo e dal magnetico contrasto tra le timbriche sul palco, amplificato da un suggestivo contrappunto di voci recitanti registrate che hanno popolato l’etere della sala:
Vinicio Capossela: maestro di cerimonie, cantastorie e architetto di un racconto sonoro intessuto attorno a quindici brani inediti. La sua voce, profonda, dinoccolata, cangiante, capace di farsi ora carezza ironica ora solenne liturgia, ha guidato il pubblico in una discesa suggestiva tra favole nere e ballate dal sapore antico.
Pierpaolo Capovilla: la controparte tagliente, l’urgenza fatta carne. L’ex voce del Teatro degli Orrori ha prestato al testo una declamazione teatrale scarnificata, roca e implacabile. La sua recitazione ha trasformato ogni verso in una confessione urgente, un atto d’accusa e di amore verso l’umanità fragile.
I cammei celesti delle voci registrate: a dilatare i confini della “città matta” e a dare corpo ai pensieri degli abitanti di questo villaggio onirico sono arrivate, come echi lontani ma potentissimi, le registrazioni di grandi presenze dello spettacolo italiano. Le timbriche inconfondibili di Ornella Vanoni, Nada, Paolo Rossi, Luciana Littizzetto e Geppi Cucciari hanno intessuto la trama drammaturgica, fondendo ironia, malinconia e lucida follia in un mosaico vocale spiazzante.
Il tessuto polifonico dal vivo: intorno a questo asse portante ha preso vita un paesaggio sonoro di straordinaria ricchezza. Merito delle incursioni eteree del controtenore Elvis Zini, delle sfumature interpretative di Leandra Bordone e Gaia Barco, e delle trame acustiche ed elettroniche plasmate da Vincenzo Vasi (al theremin, campionatori e voci) e dalle chitarre e dal banjo di Alessandro “Asso” Stefana, affiancati sul palco dagli altri elementi dell’ensemble (come Raffaele Tiseo e Riccardo Loda). Un amalgama in cui l’acuto lirico ha sposato la ruvidezza del rock e la radice popolare.
Prima di avviarsi verso l’epilogo, lo spettacolo ha toccato il suo momento di massima intensità etica e politica. Sfruttando la naturale vocazione civile della poesia, Capovilla ha voluto levare un pensiero forte e accorato dedicato alla Palestina: un appello contro gli orrori della guerra e il torpore dell’indifferenza contemporanea. In quell’istante, la drammaturgia ha superato la finzione scenica per farsi aperta denuncia e presa di posizione, stringendo la platea del Politeama in un unico, commosso abbraccio di solidarietà e resistenza umana.
Prima di avviarsi verso l’epilogo, lo spettacolo ha toccato il suo momento di massima intensità etica e politica. Sfruttando la naturale vocazione civile della poesia, Capovilla ha voluto levare un pensiero forte e accorato dedicato alla Palestina: un appello accorato contro il genocidio e il torpore dell’indifferenza contemporanea. L’istante in cui Pierpaolo evoca il dolore delle madri, dei padri e dei figli “in terra di Palestina” si trasforma in un silenzio densissimo della platea, spezzato subito dopo da un fragoroso e liberatorio applauso e da un urlo chiaro dal pubblico “Palestina Libera”. In quell’istante, la drammaturgia ha superato la finzione scenica per farsi aperta denuncia, suggellata da un intenso e fraterno abbraccio al centro del palco tra i due artisti.
A conclusione di una serata destinata a rimanere impressa nella memoria della rassegna calabrese, la direttrice artistica Antonietta Santacroce ha raggiunto il palcoscenico per conferire a Vinicio Capossela il Premio Festival d’Autunno, prestigioso riconoscimento tributato ai grandi interpreti capaci di fondere ricerca artistica, spessore culturale e impegno civile.
Tra applausi scroscianti, silenzi colmi di rispetto e lame di luce calibrate con precisione, l’esibizione ha dimostrato che la canzone d’autore e il teatro della parola conservano intatto il potere di scuotere le coscienze. Capossela, Capovilla, i compagni di viaggio in carne e ossa e le voci-fantasma venute da lontano hanno regalato a Catanzaro non un semplice concerto, ma un rito catartico: un trionfo di grazia, coraggio e pura bellezza che continua a risuonare ben oltre la calata del sipario.
1° e 2 novembre al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, il 4 e 5 novembre al Politeama Genovese di Genova, l’8 e il 9 novembre al Teatro Massimo di Cagliari, l’11 novembre al Teatro Comunale di Sassari (nuova data), il 18 novembre al Teatro Sociale di Como, il 22 e 23 novembre al Teatro Colosseo di Torino, il 2 dicembre al Teatro Duse di Bologna, il 5 dicembre al Teatro Lyrick di Assisi, il 6 dicembre al Teatro Galli di Rimini, il 19 dicembre al Teatro Goldoni di Livorno e il 21 dicembre al Teatro Verdi di Firenze.

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