FORMALITA’ DA NON RISPETTARE & NAPOLI – TERMINI

Formalità da non rispettare 

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[…] Farsi gli auguri di Natale effettivamente potrebbe benissimo essere considerato come una mera formalità.
Alla fine che cosa si augura? “Buon Natale“.. e grazie. Ma buono poi cosa? Sedersi alla bella tavola imbandita e fare a gara a chi mangia più pezzi di capitone, spostarsi sui divani con le pance piene e l’aspetto di un tacchino sul punto di scoppiare o scambiarsi quei regali che per la maggior parte ci fanno ribrezzo e ci faranno abbassare ancora di più la stima verso il nostro tirchissimo parente? Cazzate.
Se penso che mentre io inglobavo fette di cassata c’era gente che affamava sulle strade di via Filangieri mi viene la nausea e non lo dico per fare moralismo. Però quest’anno io e te gli auguri non ce li siamo fatti.
È scomparsa anche questa formalità. Che alla fine poi che senso ha mantenerla proprio tra me e te? Però questo è il punto. Che si tratta di me e di te. Non di una finestra del palazzo di fronte e le mollette attaccate al filo di un balcone.
Io e te, vite che si sono attraversate a lungo e che ora non si guardano neanche più in faccia.
Non lo so se è un bene o un male pensare che con una persona non ci sia neanche più bisogno di mantenere una formalità.. Le cose di facciata non sono mai sincere. Non ne vale la pena.
Però poi sono scesa di casa, nel freddo che avvolge questa città e le sue strade, che rende tiepide le luci dei lampioni, che ti penetra le tempie e te le fa pulsare forte, e mi sono seduta su quella panchina immersa tra le foglie secche.
Mi sono ricordata di quando ci andavamo insieme dopo averci giurato di non volerci vedere mai più e poi ci trovavamo lì senza averlo programmato. Era evidente che non era necessario un piano per toccarci di nuovo. E niente, mi sono rannicchiata tra gambe e braccia e ho respirato l’aria, forte, intensamente. Cercavo in tutti i modi di provare quella sensazione antica, lontana, di appartenenza, di familiarità e di amore..
Ma nulla, si è perso anche quello.In verità si sono persi anche i tuoi occhi sinceri. Quelli li hai lasciati a me e io li custodisco bene nei miei, dove nessun altro può vedere.

Lasciai su quella panchina me stessa e qualcosa di te. Anche lì non ci riandrò più. […]

 

Napoli – Termini di Roberto Pollio

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[…] Arrivai a Napoli verso ora di pranzo e subito gli odori di casa bussarono alla porta del mio subconscio, aprendomi ricordi senza tempo che si incrociavano e si fondevano e con veemenza mi spinsero fuori dalla stazione in cerca di qualcosa da mangiare. Il vento freddo accompagnava in un valzer triste e familiare le cime degli alberi, mentre camminavo a passo svelto verso il cuore della città. Una vecchia bambina gitana in abiti sgargianti e logori, saltellava attorno a turisti sorridenti cercando qualche spicciolo, mente loro impassibili la guardavano con la misericordia che la borghesia riserva ai subalterni.
La nostra è una città mondo, la tavolozza che il caos ha usato per un trattato superbo di antropologia, dispiegando tutta la fantasia di cui dispone. Pensavo a quanto fosse difficile essere equilibrati in un contesto che vive di eccessi, una continua ascensore emotiva impazzita che schizza dalla gioia più pura allo scoramento più nero, trascinandoci in deliri collettivi. Avevo voglia di bere, ma avevo promesso a quel poco di razionalità che alberga in me, di resistere fino alle sette di sera, così fui costretto a bere il mio quinto caffè placebo, veloce ed indolore come una scopata sconosciuta in una sera estiva e leggera che non dimenticherò.
La malinconia che conoscevo così bene, così familiare e così antica, mi colse all’uscita da un vicolo buio e sporco, dove una vecchia straccio in testa bordeaux e pochi denti, seduta fuori al suo basso su di una sedia di plastica bianca e logora, mi guardó intensamente, con quegli occhi incastrati tra le rughe ingenerose che il coltello del tempo le aveva inciso con forza sulla faccia.
Così voltato l’angolo, la morte bussò alla mia anima e venne a ripetermi che finirà tutto e non potrò più godere della mia tristezza, dei miei sensi di colpa, ne crogiolarmi nella mia codardia. L’ unico giudice imparziale cadde all’improvviso come pioggia su tutti noi e mi fece sorridere l’attenzione che abbiamo per queste piccole sciocchezze da mortali e i nostri mille affanni collettivi e il nostro desiderio di riprodurre cadaveri in serie, illudendoci di fottere la fine. Un dolore lancinante mi costrinse a fermarmi per prendere fiato, mentre un minuscolo spicchio di sole lacerava con immane e transitorio sforzo il cielo plumbeo e compatto.
La consapevolezza del tempo mi scosse e mi spinse a continuare a camminare, alla ricerca di qualcosa che valesse la pena trovare. […]
Informazioni su Fiorella Todisco 56 articoli
Classe '92, laureata in giurisprudenza alla Federico II di Napoli. Ama il diritto, la letteratura, la scrittura, la musica e prova a fare di tutto un po'.