Sotto un sole Synth Pop – Lo straniero

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Il pop in Italia è morto, fatevene una ragione. Il pop è morto avviluppato tra le spire del marketing e delle logiche commerciali di non si sa bene chi. Il pop è morto annegato nelle stupidaggini di chi si vanta di esser cresciuto con Max Pezzali, negli aperitivi di Bologna, nei revival degli anni 90. Il pop in Italia è morto, fatevene una ragione!
Ok, ma se proprio voleste dare un’ultima possibilità alle vostre orecchie devastate dall’ultima lagna dal sapore di Super Santos, da nenie cantautorali da Hard Discount Indiano, da hit ballabili come l’abbaiare dei cani, non abbiate dubbi: dovete ascoltare questo CD.

L’esordio de Lo Straniero (La Tempesta Dischi) è come la brezza in una giornata afosa di luglio, inaspettata e, forse proprio per questo, piacevole e ritemprante. Un synth-pop intelligente che segue il solco tracciato dal Battiato anni 80 e che, passando dagli episodi migliori dei Bluvertigo, arriva negli anni ’10 totalmente consapevole della propria modernità. La partenza, con il già noto singolo d’esordio “Speed al Mattino”, che li ha portati all’attenzione del grande pubblico con i passaggi del video su MTV, e “L’ultima primavera”, è un tuffo a capofitto in un mare di rock elettronico, navigando tra sintetizzatori e chitarre taglienti, cui segue il fresco e solo apparentemente leggero affresco pop di “Rimango qui” in cui è la voce di Federica Addari a farla da padrone.

“Nera” è di nuovo synthpop all’ennesima potenza, forse uno degli episodi migliori dell’album, in cui i cambi di ritmo ben si combinano con una storia di rabbia e rivalsa abilmente raccontata dai testi di Giovanni Facelli.

(“nera/sempre più sola/di corsa sul tram con una pistola/sei un sole distante dal centro/sei un nome che vuoi cancellare)

La parte centrale del cd, con la psichedelica “1249 modi”, l’amore semplice e sincero di “Cavalli di carta” e l’invettiva di “Braccia ribelli”,  è forse meno convincente, anche se si caratterizza sempre per il tentativo, raramente fallito, di non essere scontati e ripetitivi, grazie a liriche curate e intense.

L’ultimo terzo dell’album inizia con “Jet Lag”, un lungo viaggio in cui un’elettronica minimale e notturna lascia abilmente la scena a un testo tanto ispirato quanto semplice, facendo di questa canzone un piccolo gioiello. Si torna di nuovo a spingere sull’acceleratore con “Lo straniero”, che grazie a un ritornello incisivo e coinvolgente è  destinata a diventare una di quelle canzoni da cantare a squarciagola durante i live. La canzone successiva “Sotto le palme di Algeri” è, però, il vero manifesto dell’album, un viaggio nella decadenza che rievoca già nel testo l’Albert Camus che ha ispirato il nome della band. La suggestione ipnotica che musica e testo riescono a generare in chi lo ascolta, grazie anche alle voci di Giovanni e Federica che si alternano e si fondono in maniera perfetta, conquista  e sorprende ad ogni ascolto.

(“sotto le palme di Algeri/dopo il sole di Cagliari/Berlino di corsa/Genova l’hai rivista/

in un sotterraneo di Napoli/senza più fiato/a nuoto nel Mediterraneo)

 “Angeli sulla punta di uno spillo” è l’ultima traccia di un disco difficilmente dimenticabile, ricco di spunti, sorprendente, brillante e intelligente, la cui freschezza dimostra come si possano costruire canzoni dall’ascolto facile senza per questo scadere in banalità, di come si possano scrivere testi piacevoli e accattivanti senza infarcirli di luoghi comuni.