Festivaletteratura Music Hall: Iosonouncane / Wrongonyou – 10 Settembre 2016, Mantova

Mentre camminavo da casa alla stazione stavo già un po’ dentro le canzoni di Die tra il sole alto sopra la mia testa e le viti desolanti desolate tutte attorno.

Poi salto di qualità dalle campagne venete alle strade affollate di Mantova in compagnia di Sonia e Maurizio che avevano fatto conoscenza con il festival già da qualche giorno.

Gente, gente ovunque e libri, libri ovunque con presentazioni di libri, gente illuminata con il microfono in mano che ci parla di sé e della sua opera in mezzo a pile di libri scontati, i piedi devastati dai sampietrini e dai chilometri. I malcapitati in bici che si ritrovano intrappolati in questo marasma frenano bruscamente, muovendosi in punta di piedi, facendo smorfie e rivolgendo gli occhi al cielo. Sampietrini e ciclisti a parte, Mantova è proprio bella con i suoi scorci a volte veneziani a volte fiorentini, i suoi portici e le piazze, ma ancora più bello è il Museo Diocesano, illuminato con una seducente luce azzurina per l’occasione e qualche lampada di carta appesa ai rami dei grandi alberi che sovrastano il cortile.

Poco prima di entrare sosta cibo appena fuori dal museo tra i vari stand di panini, patatas bravas e birra artigianale. Consumiamo il pasto frugale sul prato tenendo d’occhio l’orologio e con le macchine fotografiche pronte.

Non abbiamo l’accredito perché ci siam presi tardi ma sarebbe un peccato non provare a fotografare con un palco così bello, non troppo alto e nemmeno troppo basso. La gente si è già posizionata tutt’intorno e s’inizia puntuali con Wrongonyou. Avevo solo sentito parlare di lui senza indagare troppo ed è stato un piacevole inizio concerto con la sua sorprendente voce e le sue canzoni che ricordano vagamente Chet Faker (che ora non si chiama più così ma vabbè). Ci incita a cantare insieme a lui insegnandoci al volo il ritornello e verso la fine di un brano ci infila pure qualche strofa di un pezzone anni 90 come “All That She Wants” degli Ace of Base e una cover di Bruce Springsteen “I’m on fire”. Verso la fine del live di apertura la ragazza che canta insieme a Jacopo in questo tour (Jacopo AKA Iosonouncane) si unisce sommessamente al pubblico, giusto al lato del palco, per godersi gli ultimi brani del gruppo.

Gli ultimi preparativi prima di Iosonouncane e poi eccolo salire insieme al resto della band. Le luci smorzate e quasi al minimo fanno storcere un po’ di nasi tra i fotografi mentre inizia subito l’incipit di Tanca. Io mi sono portata questa macchinetta digitale che non usavo da troppo, abbastanza discreta, niente a che vedere con una reflex ma ho voglia di sperimentare e quale migliore occasione se non questa.

Così vicino Iosonouncane non l’avevo mai visto: la barba folta e ispida, tra le labbra una sigaretta accesa e gli occhi concentrati, completamente assorbito dalla sua musica e dai suoni. La scarsa illuminazione crea dei giochi di luce suggestivi, a volte pare che abbia un’aureola di luce, ricorda un dio antico, un’iconografia sacra, quelle che i vecchi portano forse ancora nel portafoglio, altre volte, quando la luce è flebile con solo qualche raggio blu a spezzare l’oscurità, pare invece incatenato su fondo del mare.

Una figura quasi mitologica è Iosonouncane che zittisce il pubblico nel mezzo de La macarena su Roma“Zitti, fermi e zitti” lo dice con le mani alzate, lo sguardo minaccioso. Ci racconta che lui segue “Un posto al sole” e che Nunzio è veramente nella merda, delle donne che sono brave ad essere belle, le rosse vincitrici, la gente che sa solo fare schifezze e figli.
Qualcuno tra il pubblico improvvisa una sorta di danza tribale, scatti, mani, pose e alcool. Serena (la corista) balla, canta e muove le sue percussioni a ritmo, canta l’intro di Stormi, la cantiamo tutti poi per filo e per segno. Incipit acustico di Diluvio che sfocia ne Il corpo del reato, attenti al cane che morde e sputa sul palco, che incita la band con il suo “ajò”. Il batterista ben illuminato, si muove frenetico e poi gran finale con Mandria, la senti arrivare, la senti passare, si aggiungono al pubblico anche altra gente del festival della letteratura, li riconosco dal cartellino al collo. Una ragazza accanto a me si muove totalmente assorbita dal ritmo, i suoi capelli decolorati si tingono di turchese, di indaco e varie tonalità di blu a seconda dell’illuminazione e la fanno sembrare quasi una sirena, un dietro di me ragazzo si fuma una sigaretta dopo l’altra e tiene il tempo con la gambe mentre Jacopo continua con il suo ritmo, con il suo incantesimo, un finale totalmente strumentale ed elettronico che non stanca ma travolge sempre di più mentre le luci di spengono e si accendo, ci abbagliano e ci abbandonano.
Un secondo giorno, il secondo dopo notte, di nuovo sole e poi il buio e così via. Può finire da un momento all’altro ma non si sa bene quando, poi succede.
Completamente spaesati ci lascia così, senza bis e senza ma. Ci ringrazia e se ne va, lasciando un senso di completezza e leggero smarrimento, colmato con qualche sorso di acqua fresca e alcuni suoni di Die ancora nelle orecchie.

Parole di Esel Ciulla
Foto di Esel Ciulla, Sonia Golemme, Maurizio Lucchini

 

 

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