Maria

© Fiorella Todisco
A cura di Roberto Pollio
© Fiorella Todisco
Era una fredda giornata di sole.
Siparlava per strada a voce troppo alta e le parole si confondevano in un canto sguaiato e tribale.
I tavolini dei cafè erano stacolmi senza un angolo libero per me e camminavo da ore con il desiderio di una birra ghiacciata che diventava mandida ossessione.
Quel giorno la vidi per la prima volta. Faceva la cameriera in un piccolo bar dalla porta di legno dove un diavolo di vecchio con un ridicolo cappello e una pipa eccessivamente lunga la redarguiva sulla temperatura della bevanda servita.
Mi era sembrata subito superbamente triste, di quella malinconia involontaria che ti porti dalla nascita, un neo dell’anima. Aveva i capelli nerissimi e mossi che le accarezzavano a malapena le spalle, era minuta ed al contempo sinuosa nella sua divisa nera e formale.
Il naso aquilino e le sopracciglie marcate le donavano un’ involontaria aria da nativa americana, che si rafforzava quando con fare nevrotico si sistemava i capelli con una matita grigia troppo corta.
Avevo scelto di sedermi al tavolo più isolato, così da costringerla a venire appositamente da me e poterla osservare mentre camminava trasognata.
Per quanto riguarda me, ero piuttosto provato dalla mia generazione e dall’epoca nella quale il caos aveva deciso di gettarmi. Era quasi un cinquantennio che nessuno produceva nulla di interessante in ambito artistico ed il socialismo sembrava davvero lontano, il capitalismo come ogni bestia morente ringhiava e mordeva a più non posso.
Si sentiva dalle casse del bar solo musica di merda, quasi come se il buon dio avesse voluto darmi ragione e tutti erano chinati sul proprio smartphone e (come diceva un mio vecchio amico) sembrava che a causa di questo ingobbimento tecnologico si stesse addirittura per perdere la posizione eretta.
Così avevo deciso di scrivere il testo che avrebbe cambiato il mondo, un romanzo generazionale infarcito di fine umorismo e citazione argute.
M’immaginavo già sul palco a ritirare il Nobel per la letteratura ed erano anni che lavoravo più sul mio discorso che sul libro. “Che genio rivoluzionario” avrebbe detto la commisione, “Che discorso toccante ed illuminante, è davvero il nuovo Dostoevskij.
Perso nella stesura del mio momento di gloria non mi accorsi che ero osservato da più di un minuto, era venuta a prendere l’ordinazione e mi guardava con aria perplessa. “Una birra chiara grazie.” Lei mi sfilò il menu chiuso dalle mani e senza proferir parola rientrò in sala.
Succede sempre così ai geni, mi dissi, persi nelle nostre fantasticherie non riusciamo ad essere concreti, ma mi rifarò, diavolo se mi rifaro! Notai un mastodontico cane beige che pisciava a due metri da me e mentre espletava le sue funzioni con la gamba alzata mi guardava con disapprovazione “Sei un codardo ed anche un bugiardo” mi disse con quel suo sguardo da cane erudito, ma non gli diedi peso, mica conosceva le mie ambizioni quel dannato bastardo.
Finalmente ritornò con la birra e fui costretto a decidere in pochi secondi la mia strategia, quanto è complessa questa diamine di vita! Sullo scontrino scrissi con dolcezza il mio numero di telefono e glielo porsi assieme al costo di una pils qualunque. Lei si accorse del numero e mi disse
Scusa hai segnato qualcosa sul conto”,
 “È il mio numero” esclamai non riuscendo a trattenere un certo disappunto “È per te.
 “Cosa devo farci?
Potresti chiamarmi
Per dirti cosa?
A quel punto avevo terminato ogni strategia e non ne sarei uscito con un motto di spirito. <
Senti” iniziai cercando di farle comprendere la gravità della situazione “Tra poco avrò trent’anni e non ho mai visto una donna come te. Dal primo secondo in cui ti ho scorta ho immaginato di baciarti nell’ incavo delle gambe, girarti di schiena in un letto enorme  ispezionando ogni lembo di pelle disponibile e poi non so, magari puoi insegnarmi a diventare un essere umano migliore, sento che solo tu puoi riuscirci.
Lei mi guardo con uno sguardo di compassione e disse :”Il modo peggiore per chiedere di uscire ad una sconosciuta che io abbia mai sentito
Ma io non voglio uscire con te” le dissi con eccessiva durezza, prima di girarle le spalle ed andarmene.
Inizia a muovermi a passi svelti per le strade napoletane di sampietrini bagnati, nonostante l’assenza di pioggia, scuri e fumosi come se fossero stati immersi in una tinozza di nebbia. Era impossibile non cedere alla malinconia dell’ennesimo fallimento. Vagavo senza meta in un mare di umanità: un gruppo di africani in una piccola aiuola verde sentiva musica da una cassa portatile e affianco una signora borghese occhi inespressivi e portamento aristocratico pensava alla spesa della sera, mentre un gruppo di studenti sbarbati discuteva delle ultime uscite cinematografiche e la luce colava come cera crimesi sui tetti di tufo.
Mi trovai così costretto ad andare da un mio vecchio amico che abitava in una soffitta decadente nel cuore del centro antico, a pochi passi dal Duomo.
Mi maledicevo per l’inconcludenza della mia vita e le grandi ambizioni erano appassite d’improvviso come fiori gretti da balcone, poco curati e dozzinali, pallide imitazioni della natura. Avevo le chiavi della soffitta, non bussai e salii direttamente, nonostante l’affanno, i cinque ripidi piani  per aprire la porta del suo immorale appartamento.
Lui era nudo nel letto con una donna dai lineamenti banali, ma non protestò per l’intromissione, nonostante lei urlasse “Chi cazzo è questo, chi cazzoo è!” io andai diritto nella sua cucina e aprii una squallida lattina di coca cola pezzotta, rubai un sigaro e incrociate le gambe su di un istabile sedia, inziai a fumare.
Notai il giradischi e misi su un 45 giri di Lucio Dalla, così da non sentire i gemiti che ripartirono incuranti dalla stanza accanto. Mi sentivo inquieto, così finito il sigaro riscesi di corsa, dovevo almeno sapere come si chiamava quella donna straordinaria.
Feci la strada a ritroso correndo, sotto un cielo che d’improvviso s’era fatto scuro e macchiato irregolarmente di stelle come un tappeto logoro.
Il bar era ancora semivuoto e per un secondo mi interrogai sulle abilità imprenditoriali del proprietario, ma lasciai subito stare. Lei stava ancora servendo ai tavoli e mi sorrise quando mi vide arrivare a passo svelto, tradendo tutto il mio animo.
Posso sapere solo come ti chiami?” le dissi con voce implorante
Maria, mi chiamo Maria e se ti siedi ad aspettare a mezzanotte finisco il turno, ma sono le 9 e capisco che potresti avere da fare
Non ho niente da fare, Maria (com’era dolce pronunciare il suo nome), niente di più importante che offrirti a mezzanotte una passeggiata e qualche parola goffa e fuoriposto
Lei se ne andò ridendo e io presi il mio vecchio taccuino e brindai alla salute della notte e della poesia, forse non l’avrei vinto il nobel, ma avevo un appuntamento con Maria, che poi chi l’ha mai voluto un premio di freddo metallo quando si possono avere quelle gambe di seta?
La luna fece capolino da un banco di nuvole e l’ odore delle cucine dei ristornati danzava tra i tavolini scalcagnati mentre guardavo Maria lavorare e le sorridevo di rimando.

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