L’ultima panchina

A cura di Roberto Pollio

© Jacob Riis

L’ultima panchina

I lampioni illuminavano male quell’angolo di strada, creando un cono d’ombra sinistro.
Lo spacciatore aveva i capelli rasati di lato ed un ciuffo lucido tirato all’indietro, dannati film di mafia degli anni ’70, avevano distrutto una generazione di criminali.
Stava vendendo crack agli ultimi diseredati della scala sociale, che facevano la fila per ammazzarsi ancora un po’, colpevoli di non riuscire a sopportare il peso dell’esistenza.
Io la droga non l’ho mai amata, ho sempre preferito tenermene alla larga, tutto ciò che può impedirmi un’erezione non mi attira.
Salutai con un cenno del capo la brutta copia di Tony Montana e misi le mani nelle larghe tasche del mio cappotto per cercare il pacchetto morbido di Camel.
Mi accesi la sigaretta e mi incamminai verso il club.
Le strade della mia città erano ogni giorno più sporche, maleodoranti e piene di tossici.
Certo nei quartieri eleganti i professionisti affermati si azzuffavano per affermare il contrario, la nostra amata metropoli stava rinascendo.

Quella settimana c’era al museo di arte contemporanea una mostra di un coglione stimatissimo che faceva eccitare le anime annoiate e stupide che devono sguazzare nell’arte mainstream per sentirsi vive .
Il sindaco affermava che era un’occasione per tutti, anche se non riuscivo a cogliere come potessi trarre vantaggio da una simulazione astratta della vita, quando riuscivo a stento a sopravvivere.
Forse l’artista avrebbe regalato pane a tutti e avremmo potuto mangiare, ma l’ipotesi mi sembrava improbabile.
Le dozzinali luci al neon del mio bar di riferimento si accendevano ad intermittenza nella notte buia.
Un cinese all’interno stava cercando di prendere con la forza un ragazza bellissima e nessuno sembrava volerglielo impedire.
Io della violenza sulle donne me ne sono sempre fregato, mi limito a non mettere le mani addosso a nessuna, sperando che sia evidente quanto sia misero, ma il mondo non sembrava pensarla come me.
La cosa che mi faceva impazzire invece era che quello stronzo potesse avere una donna così, tra l’omertà generale.
Mi intromisi con forza ed assestai un pugno in faccia al coglione che cadde per terra come un sacco di merda.
Guardai meglio lei ed era davvero bella, certo consumata per avere non più di trent’anni, ma ancora bella da far scoppiare il pantalone.
Purtroppo il cinese faceva parte di una di quelle gang di rincoglioniti e quando mi sentii puntare un ferro in testa, la situazione era ormai compromessa.
Presi la ragazza, mentre il cinese sbraitava qualcosa su mia mamma e iniziammo a correre.
Maledetti figli di puttana, le armi li hanno distrutti, ai tempi dei romani si risolveva tutto con un bel gladio, mica tutti sapevano maneggiarlo.
Invece una cazzo di pistola la può usare pure un bambino, che roba da senza palle.
Mentre correvamo mano nella mano la guardavo, non riuscii a fare a meno di sistemarsi i capelli all’indietro, nonostante un cinese pazzo ci avesse puntato una pistola addosso.
Credo che le donne siano le ultime estete della terra.
Mia mamma negli ultimi anni di vita sistemava il completo funebre che avrebbe voluto addosso nella bara, lo piegava con meticolosità ogni mattina.
Non è mai riuscita a spiegarmi perché volesse essere bella da morta, me la ricordo con il solito straccio logoro e sbiadito che non cambiava mai, ma era bellissima quando sorrideva e quindi andava bene così.
Sicuramente era la sera più fredda degli ultimi due milioni di anni, perché nonostante avessimo corso a perdifiato, eravamo scossi da brividi entrambi, appoggiati ad un muro giallo e triste.
Lei non mi aveva ancora detto il suo nome ed a essere onesti, cosa che raramente faccio, non ho mai sentito il suono della sua voce.
Pensandoci bene è stato meglio così, le ho potuto dare nella mia mente una consistenza ambrata ed eterea.
Odio lo sgraziato tono di voce che sgorga come un canale di scolo da troppe labbra all’apparenza sensuali.
Nonostante la sua camicetta fosse aperta, ho deliberatamente evitato di guardarle il seno, ero stato un eroe dei bassifondi e non volevo sporcare l’immagine che si era fatta di me.
Lei mi stava guardando e con delicatezza iniziò a sbottonarmi il pantalone.
Che epilogo di merda:
che razza di concetto di riconoscenza ha sviluppato il genere umano, maledizione!

Le tolsi le mani dalle mie mutande e la scacciai.
Quando vidi il suo culo mi maledissi e lo faccio ancora.
Cacciai la mia fiaschetta di whisky dalla tasca e la svuotai.
La brava gente era ormai nel letto, incosciente della bellezza silente della città, abituata a rituali macabri e malati come la sveglia ed il lavoro, aveva rinunciato alla poesia sconclusionata della notte.
Entrai nel parco, salutando un paio di puttane intrizzite e con sorrisi malinconici come insetti ingabbiati nell’ambra.
Non avevo voglia di dormire a casa, il letto puzzava di vomito e per terra c’erano più lattine di birra che piastrelle.
Nel mio animo sono un uomo ordinato e pulito, è il mio stile di vita che mi fotte.
Le panchine del parco erano tutte occupate, anche l’ultima in fondo al viale dove dormivo di solito.
Fui piacevolmente sorpreso quando vidi l’inquilino della panchina, era la ragazza di poco prima.
La guardavo tremare dal freddo e mi fece tenerezza, un essere indifeso, capitato per sbaglio in questo circo degli orrori.
Raccattai dalla spazzatura una coperta bucata, logora e sporca.
Toccai la mia compagna di sventura leggermente, per svegliarla e le diedi un mazzo di chiavi.
“Via Tito 21” e aggiunsi con aria seria “Domani alle 10 lascia le chiavi sotto lo zerbino, poi vai via e non farti trovare.
Mi guardò come nessuno aveva mai fatto e mi abbraccio piangendo.
La scacciai per la seconda volta in meno di un’ora e lei corse via, felice come un bambino che ha appena messo la testa fuori dalla vagina della madre.
In realtà non l’avevo fatto per lei, volevo la mia panchina.
Mi ci stesi sopra, accesi l’ultima Camel e mi sistemai con cura la coperta.

Era straordinario quella sera l’odore del freddo, sembrava che Dio volesse darci l’opportunità di rinascere, veniva quasi voglia di cantare.

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