Un fiume in piena: intervista a Franz Valente batterista dei Buñuel

Intervista a cura di Andrea Fantini

 

 

The Easy Way Out è il secondo disco dei Buñuel, band formata da Pierpaolo Capovilla (One Dimensional Man, Teatro Degli Orrori), Xabier Iriondo (Afterhours), Franz Valente ( Teatro degli Orrori ) ed Eugene S. Robinson, voce degli Oxbow, rock band californiana. Rock stravolto e travolgente, una potenza ritmica che non si esaurisce mai e che esplode in tutta la sua forza dal vivo. Questo secondo album, dopo l’esordio avvenuto nel 2016 vede una band ancora più coesa e sfrontata in cui ciascun membro appare protagonista e insieme capace di lasciar il passo alla follia distruttiva del compagno.

Una cosa è certa, i ragazzi si divertono eccome!

Abbiamo deciso di parlare del disco e del tour con Franz Valente, batterista che pesta duro eccome…

 


(c) Matteo Leonardi

 

 

Il vostro secondo lavoro ‘The Easy Way Out’ è uscito il 27 aprile per Tempesta Int. e Goodfellas;
cos’ è cambiato dal disco precedente? vi sentite ancor di più consolidati?
Sicuramente ci sentiamo più consolidati dopo questo lavoro, abbiamo potuto testarlo proprio dal vivo in cui l’ apice è stato raggiunto durante le improvvisazioni. Abbiamo percorso territori musicali ancora inesplorati.

 

Ho avuto la fortuna di vedere il tour di ‘A Resting Place For Strangers’, esplosivo, violento e dritto alla meta. La miscela è rimasta la stessa dal vivo o qualcosa varierà?
Questa volta al nostro spettacolo abbiamo aggiunto dei momenti più dilatati ed ipnotici dove Eugene può mettere in risalto il suo carisma e dove noi possiamo sperimentare.

 

Non vi farò i nomi delle altre vostre band per rispetto al progetto Buñuel, ma cosa vi siete portati dietro come base di partenza per quanto riguarda suoni e testi?
Ci sono tantissime cose porto dietro in ogni mio progetto. Le idee, la performance, l’ energia. Sono concentrato a dare il massimo.

 

Buñuel a cui voi fate riferimento è il regista spagnolo e non la città, cosa vi ha portato fino a lui e quanto sono importanti per voi i suoi film?
Come i suoi film il nostro Buñuel è surrealismo, ci abbandoniamo al flusso ed a una scrittura automatica, destrutturiamo i brani e cerchiamo di portare la mente in territori che si spostano tra sogno e realtà.

 

Il vostro progetto per 3/4 diciamo che ha sede in Italia, ma in Italia ora come ora “la musica è cambiata” per certi aspetti, pensate di trovare più spazio qui o all’estero? Fermo restando che che comunque le prime date del tour sono state nel nostro paese!
Buñuel è un fiume in piena, è un progetto che può trovare spazio ovunque vada.

 

Il primo singolo che avete fatto uscire è Happy Hour, due minuti di violenza atomica, ma in realtà il significato di Happy Hour è totalmente il contrario nell’immaginario comune, da cosa è nata l’idea?
L’ idea del testo della canzone viene da Eugene e si sposa perfettamente con la musica. Esprime quel loop temporale che è tutto un bevi e bevi e non si va da nessuna parte.

 

A tratti mi ricordate i Death Grips per quanto riguarda la voce, probabilmente è un’ associazione che faccio solo io, ma di quella scena lì, paranoica e malata, vi sentite in qualche modo complici?
I Death Grips non fanno parte di nessuna scena. La prima volta che li ho visti fu un’ esperienza unica, la sala era piena di energia, era come entrare in un’ altra dimensione. Dal vivo sono impressionanti, sono di sicuro fra le mie band di riferimento.

 

Che impatto può avere la vostra musica sui giovani di oggi, visto quello che ci circonda principalmente? E che consiglio gli dareste voi…a prima vista gentiluomini ma con un animo, a questo punto, veramente estremo?
Non so che impatto possa avere la nostra musica sulle nuove generazioni. Cerchiamo di dare a loro ispirazione per scrivere musica che vada verso nuovi mondi. Il consiglio è di farsi dei gusti musicali propri indipendenti da quello che vedono sui social. Fare ricerca, scoprire nuova musica andando a vedere concerti ed appassionarsi alle cose.

 

Concludo chiedendovi della copertina: a me mette a disagio, mi crea un senso di desolazione e smarrimento come il primo disco appunto. Sentite di aver fatto centro oppure no?
Un ambiente cittadino notturno può dare un sentimento di desolazione in un mondo ostile. Va da tutt’altra parte rispetto all’ estetica consumistica, le zone di comfort rassicuranti da cui siamo invasi.

 

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