Tre uomini e un peluche: il Rock ‘n Roll dei Virtual Time tra i tulipani

A cura di Alessandro Meneghini (Virtual Time)

Mene, FLM e Piva dei Virtual Time, sono con Nando (detto Lol, il fonico) e Brenno (detto Semola, alias Brennero, in particolari condizioni La Iena, il fotografo) che li hanno accompagnati in questo breve tour insieme ad un peluche con la faccia di Gazzi che sfortunatamente non si sente ancora nelle condizioni di affrontare un viaggio del genere e che quindi è rimpiazzato da un pupazzo per sopperire alla nostalgia del quarto membro della band.

C’è un’atmosfera strana all’interno del furgone durante il viaggio di ritorno. Non si parla molto, il Gazzi peluche sorride con lo sguardo perso nel vuoto, l’autoradio di sottofondo continua a passare da una stazione all’altra a discrezione di chi è di turno alla guida, ma neanche lui sta realmente a sentire la musica e qualche dialogo ogni tanto in una lingua praticamente sconosciuta ma alla quale, dopo 5 giorni, inizi ad affezionarti. Sarà la stanchezza. Le quasi sedici ore di viaggio dall’Italia all’Olanda non si possono certamente definire leggere e, manovrare un van che è grande il doppio rispetto all’auto che sei abituato a guidare, sicuramente non aiuta a rilassare i nervi. Oltre al viaggio di andata, devi anche rimanere concentrato sul motivo per cui hai appena fatto tanta strada: arrivare al locale, scaricare gli strumenti, suonare, dare il meglio di te sul palco in questo paese lontano e diverso dal tuo, ricaricare gli strumenti, guidare fino all’alloggio per la notte e andare a dormire per recuperare le energie. Ripeti così per tre volte. Riflettendoci, effettivamente, non è proprio una vacanza nei Paesi Bassi tra campi di tulipani, mulini a vento e tante altre belle cose che si possono fare e vedere qui. Ma no, non è la stanchezza. Sarà che dobbiamo affrontare più di mille chilometri di strada, il tempo non promette per niente bene e tutti cercano in qualsiasi modo di dormire nonostante i sobbalzi, le curve e la testa che ciondola da una parte e dall’altra rendendo molto difficile questo intento. Ci provi comunque a sonnecchiare un po’, così sarai più fresco quando sarà il tuo momento di metterti alla guida. No, non è neanche questo il motivo di tanto silenzio tra i sedili. Forse stando tanto tempo in uno spazio angusto con delle persone che non conosci proprio benissimo può far nascere delle tensioni, magari c’è dell’astio nell’aria e si evita di parlare per quello. No, assolutamente no, mi rifiuto di pensare che sia questo il motivo. Non può essere sicuramente questo il perché di tanto silenzio. Abbiamo trascorso insieme, quasi come fossimo amici da una vita, cinque giorni stupendi senza nessuna tensione, cinque giorni che ci porteremo certamente nella memoria per tanto tempo. Ecco cos’è, è proprio questo.

Ripercorriamo nella nostra testa tutto quello che abbiamo vissuto in meno di una settimana. L’incontro con Gerda al termine del lungo viaggio dall’Italia. Questa donna è la proprietaria del primo locale nel quale suoneremo la seconda sera, nonché colei che ci ospiterà per le prime due notti. Bisogna ammetterlo, quando l’abbiamo conosciuta, abbiamo tutti avuto l’impressione che fosse sciroccata, svampita.

È una signora sulla cinquantina con modi di fare e atteggiamenti decisamente strani, uno sguardo vago e poco presente… Poi, quando ci siamo seduti attorno allo stesso tavolo per gustare l’ottima cena preparata da lei (il primo pasto degno di tale nome dopo 24 ore passate a mangiare le peggio porcherie), allora ha aperto il suo cuore e noi il nostro di conseguenza. Ci ha raccontato un po’ della sua vita del fatto che si è risposata, e gli occhi lucidi in quel momento testimoniavano quanto sia innamorata dell’uomo che ha accanto. Ci ha raccontato di suo figlio che fa il ballerino e un’infinità di altre cose. Ci siamo sentiti a casa. Ci ha raccontato di aver aperto il locale da poco, ma con le idee ben chiare: “chi lo frequenta, sa che qui troverà musica dal vivo”. Passiamo tranquilli la prima notte per recuperare le forze dal lungo viaggio. Il secondo giorno, per sdebitarci con Gerda, decidiamo di prepararle qualcosa che abbia il sapore dell’Italia, una bella carbonara accompagnata da una bottiglia di vino rosso! Nando ai fornelli è una garanzia, è giusto che lo sappiate.

 

L’Ons Cafè, la prima tappa del nostro tour, è un piccolo locale nel centro di Emmen, caldo ed accogliente esattamente come casa di Gerda. L’unica nota stonata è rappresentata dal logo del locale: i gatti della proprietaria che abbiamo già avuto modo di conoscere nel suo appartamento. Un gatto nero stronzo e uno adorabile, così li ha definiti Gerda stessa. Confermiamo la definizione che ha dato lei. Ad ogni modo ci ha assicurato di aver pensato ad un nuovo logo e, la prossima volta che torneremo a suonare da lei, avremo modo di vedere questo ammodernamento. Ci ha proprio detto così: “la prossima volta che tornerete a suonare qui”. Non vediamo l’ora di tornarci, magari col vero Gazzi sul palco e non col suo pupazzo. Il concerto è andato bene insomma, buona la prima, chi ben comincia è a metà dell’opera, i pensieri scorrono, percorrono i chilometri che separano Emmen da Enschede, la seconda tappa del tour.

Nel pomeriggio del terzo giorno di viaggio ci ritroviamo a passeggiare per il centro di Hengelo, una piccola cittadina nella quale abbiamo prenotato un hotel per passare la notte, a dieci minuti dal Cafè Rocks dove si trova il palco che ci attende quella sera. Mi soffermo un momento sulla camera dello Stravinsky perché mi è rimasta particolarmente impressa la camera. Un monolocale, con la doccia al centro della stanza e nessuna porta che separasse il cesso da tutto il resto. Dunque, cinque uomini divisi in tre camere così, Filippo ha avuto la fortuna di trovarsi da solo nella sua stanza, gli altri quattro dovevano condividere quello che sembrava più il nido di una coppia innamorata che la camera dove andare a dormire dopo aver viaggiato e suonato. Eravamo costretti a cacciare il coinquilino dalla stanza per soddisfare i bisogni fisiologici con l’ansia che qualcuno aprisse la porta della camera finché eri sotto la doccia. La doccia era trasparente (anche il Gazzi peluche si sarebbe coperto gli occhi se avesse potuto) ed era rivolta giusto in direzione della porta d’ingresso, però, sempre meglio da quella parte che diretta verso il letto matrimoniale dove, nel mio caso, Piva se ne stava sdraiato e comodo ad ascoltare critico l’ultimo album degli Haken. Non l’ha recensito molto bene. Ma ora ritorno con la mente al Cafè Rocks, questo locale nel bel mezzo della ZTL di Enschede, ZTL nella quale staremmo ancora vagando se non fosse per le preziose indicazione dateci dal nostro tour manager, Jordy. Per inciso, Jordy ci aveva mandato qualche giorno prima della partenza tutto l’itinerario con, appunto, anche lo screenshot di Google Maps del centro di Enschede. Non abbiamo ancora capito se l’abbia fatto di proposito o meno, fatto sta che, nell’immagine che ci ha inviato, si vedevano anche le altre finestre che aveva aperto su Internet Explorer… “midget porn videos”, “asian porn videos”, “sweet granny sex”, “the sex robot”. Forse un giorno troveremo il coraggio per affrontare questo argomento. Dove eravamo rimasti? Ah si, Enschede! Non abbiamo avuto modo di visitare questa città di circa 160’000 anime che, per quel poco che abbiamo visto, sembrava molto interessante, il Cafè Rocks era decisamente rock’n’roll e underground come piace a noi, anche qui pieno di persone che non aspettavano altro che godersi un concerto di musica live. Quando arrivi in posti così non vedi ancor di più l’ora di dare l’anima durante il concerto. Rispetto ai concerti in Italia, qui sono abituati a due set da 45 minuti. Non male come idea, così chi ascolta ha modo di riposare le orecchie mentre ordina l’ennesima birra, mentre noi che suoniamo prendiamo una boccata d’aria fresca e parliamo con le tre ragazze scatenate che si sono piazzate davanti al palco pronte a ballare già circa un quarto d’ora prima del concerto. Determinate a fare festa! Ci fanno dei sinceri complimenti ed io, altrettanto sinceramente, dico loro che quando vedo persone davanti al palco coinvolte come loro, che ballano sulla nostra musica e si divertono, sento energia e felicità dirompere dentro di me. È così che si instaura una sorta di circolo virtuoso: sali sul palco con una grande carica, la trasmetti al pubblico che ti ripaga muovendosi a ritmo delle tue canzoni, il quale ti gasa a sua volta e l’energia che avevi all’inizio del concerto, invece di calare, cresce ancor di più. Magico. Serate come questa ti rimangono impresse nella memoria per sempre. Anche il secondo concerto è andato, un successo.

Ricarichiamo tutto in furgone, compreso il Gazzi peluche sempre con noi sul palco, percorriamo quei 10 minuti di strada per arrivare all’hotel, ci ricordiamo che non abbiamo ancora cenato e sono le 3 di notte. Dove cazzo andiamo a mangiare a quest’ora. “Tranquilli” dice Filippo, “oggi ho visto gli orari di un kebabbaro, chiude alle 4”. Perfetto, andiamo là. È chiuso, merda. Chiediamo a dei passanti, che vista l’ora sono giustificati ad essere ubriachi. Ci stanno consigliando un posto dove andare che dovrebbe essere l’unico aperto a quell’ora, ma fortunatamente un angelo interviene. Una donna che passava di là ci dice di non ascoltarli. Perplessi chiediamo il perché. Ci stavano mandando in un gay bar. Vista la camera dove alloggiavamo ci sarebbe mancato solo quello per finire in bellezza. Alla fine nessun gay bar, siamo riusciti a trovare un altro kebabbaro aperto e anche la notte in hotel è trascorsa senza lasciarci prendere dal romanticismo e dall’intimità dell’arredamento della stanza, anzi, non contenti ci siamo pure guardati un paio di puntate di Big Mouth prima di andare a dormire.

Quarto giorno, altri cento chilometri di strada, Gazzi peluche che dalla sua postazione sul cruscotto ci guarda sempre sorridente ed un paesino che sembra Diagon Alley, uscito direttamente dalla saga di Harry Potter. Lichtenvoorde. Nonostante i numerosi sforzi, non abbiamo ancora imparato a pronunciarlo come si deve.

Una piccola cittadina che trasmette un senso di tranquillità e sicurezza, che anche le preoccupazioni di lasciare il furgone carico di tutta la strumentazione nel parcheggio sul retro di un supermercato, svaniscono dopo pochi minuti che passeggiamo per le vie del paese. È quasi mezzogiorno, non abbiamo nemmeno fatto colazione e la fame inizia a farsi sentire. Arriviamo nella piazza principale e vediamo un po’ di addetti ai lavori alle prese coi preparativi del festival nel quale ci esibiremo. Uno dello staff, un tizio dai tipici tratti nordici con la barba rosso fuoco che pare Tormund di Game of Thrones, ci viene incontro vedendoci evidentemente spaesati ed intuendo il motivo per cui siamo lì. Come se fossimo amici da una vita, ci indica dove possiamo andare a mangiare, dov’è il locale nel quale suoneremo e dove si trova il quartier generale del festival. L’aveva proprio chiamato così “quartier generale”. Un festival organizzato davvero molto bene, potrei spendere decine di righe per elogiarne l’organizzazione, quanto bene siamo stati trattati e quanto bella è stata la serata. Era l’ultima del tour, quindi, dopo aver suonato siamo andati a fare festa trascinati da un locale all’altro da Kristel, una ragazza fuori di testa conosciuta alla fine del nostro concerto.

Ecco, è proprio questo il motivo di tanto silenzio all’interno del furgone mentre stiamo tornando a casa. Cinque giorni e così tanti ricordi che non basterà una vita per dimenticarli. Non vediamo l’ora di aggiungere altre memorie, altre esperienze nel baule dei Virtual Time.

 

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