Più o Meno Natale, 22 Dicembre: Steven Wilson – To the bone

A cura di Paolo Cunico

Durante l’anno ci siamo occupati molto poco di recensire dischi al di fuori di quelli nostrani e non volevamo chiudere il 2017 così. Vogliamo quindi proporvi una sorta di calendario dell’avvento dove ogni giorno vi regaliamo una breve recensione di un disco straniero uscito quest’anno descrivendo anche a chi potreste regalarlo.
Questa non vuole essere una classifica e non vuole nemmeno essere un’opera omnia su quanto uscito quest’anno, sono solo un po’ dischi che ci sono piaciuti e che vogliamo condividere con voi!

22 Dicembre: Steven Wilson – To the Bone

 

  1. To the Bone
  2. Nowhere Now
  3. Pariah
  4. The Same Asylum as Before
  5. Refuge
  6. Permanating
  7. Blank Tapes
  8. People Who Eat Darkness
  9. Song of I
  10. Detonation
  11. Song of Unborn

Steven John Wilson ha 50 anni fatti da poco e, se avesse iniziato a comporre da appena nato, avrebbe l’invidiabile media di quasi un disco pubblicato per ogni anno della sua vita, ritmi che manco Woody Allen con i film. Ha pubblicato materiale solista e con diversi gruppi, i Porcupine Tree su tutti, senza contare i vari remaster e remix di varie pietre miliari del progressive rock. Ma nonostante tutto questo, Steven Wilson rimane uno degli artisti britannici più snobbati e sottovalutati dei giorni nostri.

Il suo unico difetto? Quello di aver sempre fatto la sua musica, libero da qualsiasi imposizione e svincolato dalle mode, come conferma il suo quinto album solista: To the Bone, un disco con solide fondamenta prog rock. Ma fermarsi solo a questo sarebbe a dir poco riduttivo, dal momento che è un album ricco, pieno di sfumature, che verso il pop come con Permanating o verso orizzonti più hard come con The Same Asylum As Before.

Il primo pezzo citato è una vera e autentica hit anni ’80, non una canzonetta sia chiaro, un signor brano dove il pianoforte, le voci e la ritmica si mescolano in un’armonia perfetta che, con l’aggiunta di un tocco un po rétro, rende la canone semplicemente irresistibile. Il classico brano che, se fosse in alta rotazione radiofonica, ti farebbe alzare il volume dell’autoradio, non importa per quante volte tu l’abbia ascoltata in precedenza.

Con The Same Asylum As Before si torna invece più verso il repertorio classico di Steven Wilson, con suoni più heavy, con le chitarre distorte a servizio di melodie in stile progressive  che però non suonano mai come un mero esercizio di stile: tutto è asservito alla musicalità e al coinvolgimento di chi ascolta, cosa in cui l’artista britannico è maestro. In questa canzone si possono apprezzare tutte le sue doti compositive: gli strumenti che compaiono e scompaiono, cambiando in un lampo le sensazioni che la canzone trasmette. Ma nonostante questi cambi netti, il brano scorre sempre fluido, dalla prima all’ultima nota.

Quest’ultima è una sensazione che si può estendere a tutto il disco, in ogni sua traccia, perché Steven Wilson ha dato nuovamente prova di essere uno dei migliori compositori sulla piazza, uno dei pochi rimasti a saper mettere la complessità a servizio della musicalità, creando grandi canzoni che sono anche grandi sinfonie moderne.

 

 

Un regalo perfetto per…

Avete un parente che non fa altro che lamentarsi che la musica al giorno d’oggi fa tutta schifo e che non si fanno più dischi come quelli di una volta? Bene, regalate To the Bone e, oltre a fare un figurone, mettere finalmente una pietra sopra a questa discussione che da anni rende il pranzo di Natale oltremodo pesante, come non se i chili di cotechino non fossero già abbastanza.

 

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Nato sotto la stella dei Radiohead e di mani pulite in una provincia dove qualcuno sostiene di essere stato, in una vita passata, una motosega.