CALEXICO @ Festival delle Colline, Prato – La forza della gentilezza

A cura di Marlene Chiti

Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci,13 Luglio 2017 – Festival delle Colline

In anni in cui è tornato di moda parlare di frontiere, muri e difesa dagli Estranei la musica dei Calexico arriva dritta come uno schiaffo, senza bisogno di manifesti e proclami, perché la sua natura ibrida, orgogliosamente bastarda, ricca di echi e riferimenti alle tradizioni più disparate, ha forza intrinseca, che nasce anche dalla gentilezza nei modi di Joey Burns e dalla levità caratteristica della sua voce; sono componimenti, più che canzoni, che accarezzano il pubblico accompagnandolo in un viaggio attraverso atmosfere, colori, impressioni di un arioso luogo dell’anima che non conosce confini, una California immaginifica che si specchia nel Messico, dove si mischiano senza soluzione di continuità le ballate dei mariachi messicani col country dei bifolchi bianchi, vivaci ritmi gipsy e strumentali che richiamano musiche da film, con uno spirito che va dalla gioia della festa di paese alla malinconia del blues.

I concerti di questa  branca estiva del tour di presentazione dell’ultimo The Thread That Keeps Us edito nel 2018 concedono ancora grande spazio ai lavori più recenti della band, infatti dopo l’introduttiva Epic, da Algiers, vengono infilati uno dopo l’altro i tre singoli tratti dall’ultimo lavoro End of the World With You, Voices in the Field accompagnata dal primo battimani della serata e Under the Wheels.

Dopo è lo stesso Burns ad annunciare un salto nel passato con Frontera e Trigger per poi tornare al presente con un brano che però profuma di anni cinquanta e balli di fine anno al liceo, The Town & Miss Lorraine.

Si torna a fine anni ‘90 con il ripescaggio di Sonic Wind, eseguita imbracciando una chitarra segnata dal tempo risalente proprio a quei tempi, per poi tuffarsi nella festa di Cumbia de donde, cantata in spagnolo anche dal chitarrista Jairo Zavala Ruiz.

Nella successiva Not Even Stevie Nicks s’inserisce la reinterpretazione di Love will tear us apart dei Joy Division e il momento cover si amplia con l’esecuzione di Serenata Huasteca di José Alfredo Jiménez, cantautore e compositore di musica ranchera, un genere di musica popolare messicana, cantata in spagnolo dal trombettista Jacob Valenzuela.

A seguire, annunciando Sunken Waltz da Feast of Wire, Burns si lascia andare ad una pacata riflessione sulle “reti” presenti nella nostra vita e su come i progressi  e le promesse della tecnologia che avrebbero dovuto renderci più vicini ed interconnessi siano in parte state traditi da una realtà che ci vede sempre più atomizzati e isolati nelle nostre “ bolle” individuali.

Thrown to the Wild, Flores y Tamales, ancora cantata da Zavala Ruiz, e la dolce ballata d’amore Music Box, ci accompagnano verso la chiusura del set e l’ispirata esecuzione di Crystal Frontier.

Per il bis, i Calexico sono raggiunti a sorpresa sul palco da Domenico Imperato, giovane cantautore italiano che ha anche aperto la serata, appassionato di musiche  lusofone, con cui improvvisano un nuovo pezzo nato dalla collaborazione col musicista portoghese Raúl Marques.

Another space e le festaiole Corona e Guero Canelo vedono il pubblico abbandonare gli spalti dell‘Anfiteatro Pecci per andare a ballare vicino alla band e tributare i musicisti con un saluto gioioso.

A parere di chi scrive, seppure i pezzi con venature più pop dell’ultimo periodo siano piacevoli da ascoltare live, è ancora nelle ballate malinconiche tutte tromba, batteria sussurrata e chitarre lancinanti nonché nelle canzoni più smaccatamente folk e tex mex che si trova ancora la cifra distintiva del Calexico.

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