Blood Bank della Cantina Bon Iver: il 2009 è un’ottima annata

a cura di Paolo Cunico

In questi tempi dove vogliamo tutto e lo vogliamo subito parlare di “tempo galantuomo” sembra quasi anacronistico.

Ci sono tuttavia delle eccezioni, alcuni ambiti dove il tempo non solo è galantuomo, ma è necessario. Pensiamo ad esempio ai vini, ai grandi rossi piemontesi e toscani, nati per invecchiare prima ancora di poter essere assaporati, quasi come se sfidassero la nostra ingorda sete. Una necessità che permette a questi vini di inglobare in un’annata un piccolo pezzo di storia della loro vita e della loro terra. Ci sono grandi annate, annate mediocri ed annate che addirittura non vengono nemmeno prese in considerazione dal produttore, come nel caso del celebre champagne Salon, ma questa è un’altra storia.

Oggi la cantina di cui vorrei parlarvi si chiama Bon Iver ed il vino in questione è il Blood Bank, nello specifico l’annata 2009, l’unica prodotta.
All’epoca la cantina era ancora nei suoi primi anni di vita ed era composta solo da un timido vignaiolo di nome Justin Vernon, da poco stato travolto dal successo della sua prima vendemmia, prodotta in un piccolo capanno di caccia nei boschi del Wisconsin e dedicata ad una certa Emma.

Justin era ancora solo, senza i compagni di viaggio che avrebbero poi contributo ai seguenti capitoli dell’avventura dei Bon Iver e scrisse un album che mescolava le sonorità di For Emma, Forever Ago con le idee che avrebbero poi contraddistinto i dischi futuri della band. Proprio per questo motivo l’ep Blood Bank poteva sembrare a tratti acerbo, quasi non abbastanza maturo, proprio come un vino che necessità d’invecchiamento prima di essere degustato.

A dieci anni di distanza Justin, dopo altri tre album e una miriade di folgoranti concerti in giro per il mondo, ripropone il suo Blood Bank, aggiungendo però delle esecuzioni live dei brani dell’ep. Ed è ascoltando queste registrazioni, tutte del 2018, che si arriva a gustare tutte le sfumature di Blood Bank, proprio come un buon vino dopo il giusto tempo di maturazione. I pezzi sono più profondi, privi di quella timidezza delle registrazioni originali e, sopratutto, pieni dell’incredibile energia che contraddistingue l’esibizioni live dei Bon Iver; il tutto coronato da una versione di Woods dalla stordente bellezza.

È come se dopo dieci anni si riesca a sentire quello che veramente Justin aveva in mente nel momento to della scrittura del dico, quasi come se all’epoca le idee non avessero ancora preso completamente forma, come se fossero state registrate ad uno stato embrionale, fin troppo acerbe.

Oggi invece Justin ci sta  dicendo che è arrivato il momento di stappare quella bottiglia di Blood Bank annata 2009 che abbiamo in cantina. È ora di stapparla perché gli aromi sono ricchi ed intensi, grazie all’armonia fra i vari strumenti ed alla delicata potenza della voce di Justin, partito come vignaiolo solitario in Wisconsin e diventato oggi direttore di una splendida cantina.

Alla tua salute Justin, nella speranza di vivere altre cento di queste ottime annate!

 

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Nato sotto la stella dei Radiohead e di mani pulite in una provincia dove qualcuno sostiene di essere stato, in una vita passata, una motosega.