[Recensioni]: WE’VE BEEN THROUGH: il nuovo album dei Dead Cat in a Bag

A cura di: Renata Rossi

 

Dead Cat in a Bag


(Gusstaff Records)

 

Tracklist:
1 The Cat Is Dead
2 From Here
3 Between Day And Night
4 Evil Plans
5 Lost Friends
6 Wayfaring Stranger
7 Hunter’s Lullaby
8 Duet For Nothing
9 Fiddler, The Ship Is Sinking
10 We’ve Been Through

 

Un mese, questo di settembre, ricco di nuove uscite musicali.
Evviva!
E non solo singoli, brani veloci veloci da masticare e da sputare velocemente, ma veri e propri album, da assaporare lentamente, godendo di ogni singola nota.
Così, dopo un’estate strana, in cui abbiamo cercato di lavare nell’acqua del mare le brutture di questi ultimi anni e di goderci i concerti dal vivo, adesso non ci resta che tendere le nostre orecchie verso nuovi attesissimi album.
Stiamo parlando di artisti italiani, anche se l’album di cui parlo oggi è il meno italiano di tutti, almeno per quanto riguarda la musica che oltrepassa i confini della nostra terra. I Dead Cat In A Bag, sono arrivati, con “We’ve Been Through“, uscito il 16 settembre per l’etichetta polacca Gusstaff Records, al loro quarto lavoro in studio.
Non li conoscevo fino a qualche anno fa, quando, grazie ad un’amicizia speciale nata nel nome dell’amore per la musica, venni a contatto con una serie di artisti usciti per la Viceversa Records. Tra questi mi colpirono molto proprio loro, i Dead Cat in a Bag e il loro Late for a song, un disco dalla copertina magnifica, curata ed elegante e da un sound malinconico, triste e dolente, trasportato da una voce proveniente dagli abbissi, roca, ghignante, polverosa, quella di Luca Swanz Andriolo.

Proprio la copertina di We’ve Been Through cattura lo sguardo ancora una volta: si tratta di un collage di Cirkus Vogler, fotografa e collagista. L’immagine mostra una sorta di mare nero da cui fuoriescono due mani che tirano giù la luna, pendaglio e orpello di una figura femminile priva di occhi. Un’immagine inquieta e controversa.
Questo album è il quarto capitolo di una storia che aggiunge ogni volta un tassello nuovo, pur rimarcando la fedeltà verso un certo tipo di suono e di gusto musicale. Si tratta di un folk velato dalle tenebre, dall’angoscia, capace di entrare prepotentemente dentro i nostri incubi, dentro le nostre paure rivelandole e rigettandole in maniera disarmante. Un disco che mette insieme la tristezza più cupa del blues, la teatralità malata di Nick Cave insieme alla spettralità e alla decandenza dei Tindersticks, passaggi intimi e crepuscolari con inserti inquieti e stranianti. Levigate le smussature elettriche del precedente album, “Sad Dolls And Furious Flowers”, i nostri creano un album teatrale, in cui riescono a creare una colonna sonora desolata, un film spettrale i cui protagonisti sono i nostri demoni, la polvere mai scrollata delle nostre esistenze, i sigari lasciati accesi in un pub fumoso. Il tutto con la solita meticolosa cura sin nei minimi dettagli di ogni pezzo.

Protagonista come sempre è l’immancabile suono del banjo, una sorta di coperta di Linus per Luca, il cantante, a cui si aggiungono gli strumenti più disparati, che talvolta emergono in punta di piedi, altre raggiungono la coralità di un’intera orchestra.
L’album si apre col Blues energico di The cat is Dead accompagnato al basso da Gianni Maroccolo. La malinconia soffusa, il suono sommesso del violino pizzicato e contrabasso di From Here, trascinano l’ascoltatore verso il terzo pezzo, Between Day And Night una ballata straniante dal sapore triste, la colonna sonora di un western cupo accompagnato dal suono etereo di un quartetto di archi. Tra liturgie grevi (la titletrack), messe gotiche (Evil Plans) e spettri che rimergono dal nulla (Lost Friends) nel disco trovano spazio anche due cover, due omaggi ai grandi maestri della musica: Hunter’s Lullaby e Wayfaring Stranger.

Forse non possiamo sapere se ha ancora senso fare musica di un certo tipo, curarla nei dettagli di un suono o di un accordo, oggi che tutto finisce online, in pasto ad ascolti disattenti e bulimici. Sono tante le persone che la musica l’ascoltano con la stessa fretta con la quale mangiano una pizza o bevono una birra, e sicuramente questo disco non è fatto per loro. Esiste ancora, tuttavia, gente che trova una ragione di vita nella musica, che ama lasciarsi trasportare dai suoni e dalle atmosfere create dagli strumenti.

Un disco dei Dead Cat in a Bag non dà risposte, certezze, soluzioni, ma ci ricorda che la musica fatta bene esiste, ci trasporta dentro una realtà che riesce a far luce sulle nostre ansie, le nostre angosce, la caducità della nostra esistenza ma anche sulle nostre passioni e sull’amore che mettiamo nel viverle, nonostante tutto.

 

 

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