Diario di uno Straniero – Giorno 4 Va tutto bene, ma.. il concerto a Camden

Una delle band più interessanti del panorama italiano e la loro prima campagna Inglese.
Pensieri, speranze, chilometri di strade e tanta, tanta musica.
Giovanni Facelli, cantante de Lo straniero, scrive in esclusiva per noi il diario di viaggio del mini tour inglese che vede impegnata in questi giorni la band piemontese sui palchi di Londra.

Lo Straniero mini tour UK

Giorno 4  Va tutto bene, ma.. il concerto a Camden

Questo 22 aprile ci regala il primo sole su Londra. Ci svegliamo intorno alle 10, Fra ha messo su un po’ di reggae, poi in relax ascoltiamo Il Tuffatore di Giurato e alcuni brani di Giorgio Poi. Le ragazze rimangono a letto fino a tardi.

Ci offriamo di andare a comprare del cibo in strada. Il tizio che vende fish and chips ha un amico di Caserta e ci fa capire che non dobbiamo mettergli fretta, mangiamo lì e rientriamo a casa di corsa (forse troppo), ora pranzano Luca e Vale, noi suonicchiamo i Radiohead. Fede si è già preparata e esce per un panino.

Carichiamo la macchina per andare a Camden, stasera suoneremo al Pack and Carriage. Nel frattempo abbiamo sentito il nostro tour manager, che è in Italia e come al solito trova un motivo per criticarci: il suo metodo bastone e carota.

Tre gruppi che si alternano sul palco di un piccolo club non sono facili da gestire dal punto di vista tecnico. Suoneremo per secondi prima di una band inglese non di primo pelo, che stasera presenterà il suo ultimo disco. Nel pomeriggio ci arrivano diversi messaggi. Persone che ci stanno seguendo, che leggono questo diario; delle ragazze che non conosciamo dicono che vogliono sentirci e chiedono quale location sarà più interessante fra stasera e domani.

C’è traffico, ma Luca ormai si è abituato alla guida inglese. Passiamo di fronte all’Academy e vediamo i Simple Plan che firmano autografi, attraversiamo quartieri borghesi fino ad arrivare al locale.

Fa caldo e in macchina avverto un crescente senso di nausea. Al Pack and Carriage in dieci minuti la situazione precipita. Inizio a stare male, molto male. Vomito. In tre ore quattro volte. Mi sale la febbre: virus o intossicazione, non lo so. Non posso fare il check e me ne sto sdraiato su un divano: Fra prepara tutta la mia attrezzatura. Il palco è stretto, niente a che vedere con il Nambucca: la batteria ingombra, c’è un solo monitor ma il fonico è disponibile. Le band sono navigate: i primi hanno un cantante asiatico alto quasi due metri e una tastierista con ricci rossi e un cappotto bellissimo, una Mannoia britannica. La voce è profonda e ricorda Lanegan, il chitarrista è giovane, ha una Gretsch bianca e la sa maneggiare alla grande. Ma i riflettori saranno sull’ultimo gruppo, dei quasi cinquantenni che suonano per hobby, ma come suonano! Diciamo che farebbero impallidire tutti i giovani e vecchi palloni gonfiati che da noi se la menano e stramenano. Probabilmente hanno appena finito di lavorare e si presentano al soundcheck sorridenti e gentili nei confronti di tutti. Sono inglesissimi nel sound e negli arrangiamenti: a tratti ricordano certi Blur, i Pulp, poi forse i Fleetwood Mac. Sicuramente è gente che ha suonato parecchio e vissuto l’epoca d’oro del brit fra gli 80 e i 90.

Ascolto i soundcheck dalla mia postazione, con il volto coperto e le giacche a coprirmi il corpo: purtroppo il locale non ha una stanza privata dove poter andare. Sto male: “Stava andando tutto troppo bene”. Gli altri vanno a cercarmi medicine vicino alla stazione. Un minuto prima di iniziare sono ancora sdraiato sul divano.

Quali poteri ha la musica? Quali il palco? Cambia tutto: ci presentiamo con l’intro elettronico di Luca, con Fede saliamo dopo e canto Speed al mattino concentrandomi sulla voce ma senza muovermi di un centimetro: va benissimo. Su due brani cantati da Fede mi siedo sull’ampli e evito i cori. Mi pare di svenire, invece sono preciso e gli ampli con la corrente inglese suonano davvero bene.

“Rimango qui” ha chitarre vagamente smithsiane, il pubblico è entusiasta, come con la solita “L’ultima primavera”. “1249modi” e il fonico chiama l’ultimo brano. Siamo contenti.

Ci sono dei gruppetti di italiani, uomini robusti al bancone che hanno battuto forte le mani e un ragazzo di colore che è venuto a sentirci apposta perché amico di una certa Bianca che vive dalle nostre parti.

I membri delle altre band ci salutano e si complimentano: c’è spirito collaborativo, umiltà da parte di tutti. Mi sdraio di nuovo. Sono sudato marcio, probabilmente ho la febbre alta. Gli altri caricano l’auto aiutati da due ragazzoni irlandesi che stravedono per noi.

Torniamo a casa.
Sento sempre di più la presenza degli altri, da tempo siamo un gruppo, nei momenti più critici niente scazzi: c’è pure il tormentone che da tempo ha ideato Fede e ripete spesso con voce da cartone animato “Tutti uniti!”. Qualcuno vuole godersi il giorno dopo e va a dormire, qualcuno esce per vivere la notte, io crollo. Mi sveglio alle 6 del mattino e sono un altro.

Leggi anche:
Diario di uno Straniero – La partenza
Diario di uno Straniero – Giorno 2 Arrivo a Londra
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Redazione

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