Ciao Chris: niente sarà più come prima

di Emiliano Merlinunòrsominòre.

I primi a folgorarmi furono gli Alice In Chains, credo nel 1993 – un mio compagno di classe mi passò la musicassetta di Dirt e ricordo ancora lo sbalordimento nel sentire quel muro di chitarre in 7/8 che apre il disco, e le due voci intrecciate di Layne e Jerry, così lontane dal protagonismo old school di Axl e compagnia. Allora poi andai a riascoltarmi i Nirvana, che avevo sentito senza venirne stravolto già qualche tempo prima, e ora potevo invece capire meglio (ma ancora non mi innamorai, dovevano passare ancora parecchi anni perché scoccasse la scintilla vera con loro). A breve approdai ai Pearl Jam, che avevano un suono meno metalloso, e quel vocione scuro che mi sembrava strano, ma così incazzato e travolgente da non poterne più fare a meno.
I Soundgarden arrivarono per ultimi, ma a quel punto trovarono le mie orecchie già pronte ad accogliere quell’assurda miscela di punk, metal, prog, pop e psichedelia che usciva dalle loro chitarre. Oltre ai riff abrasivi, agli assoli sghembissimi di Kim, e alla faccia torva di Ben col suo basso tenuto quasi in verticale, per me loro erano soprattutto i tempi dispari di Matt, che nessun’altra band osava tentare (a parte i pochi casi degli Alice In Chains tra cui quello di Them Bones).

Ma poi, oltre al resto, c’era la sua voce. È cambiata tanto nel corso degli anni, e da tempo era quasi una sofferenza ascoltarlo cantare le sue vecchie canzoni (ma restava ancora lui, uno di quelli che ha inventato la musica che ha cambiato la vita mia e di tantissimi altri, molti dei quali magari oggi hanno cambiato strada, e non ricordano i tempi in cui giravamo tutti coi capelli lunghi, le magliette marce, le converse o i doc martens… ok, sto divagando).
È cambiata tanto nel corso degli anni, ma quando era giovane la sua voce era straordinaria, e questo lo sappiamo tutti. Un Robert Plant meno ammiccante e più punk, e cosa si può volere di più? Strabuzzavo gli occhi sentendo l’attacco di Power Trip in cui il suo urlo doppiava la chitarra di Kim su tonalità assurdamente alte, o sulla terza strofa di Beyond The Wheel, o in Slaves & Bulldozers, Jesus Christ Pose
Però, e questo è il punto, lui non era solo questo. Non era solo la sua voce (e di chi altro, con una voce così, puoi dire altrettanto?). Una grande estensione e una strabiliante potenza ce l’hanno anche altri cantanti. Ma lui era anche quegli stravaganti tempi dispari; le liriche oscure che scavavano nei meandri dell’anima; l’immagine di un rock al tempo stesso duro e sofferente, estremo e comunicativo, sporco e tagliente, tenebroso e splendente. Era il cercare di spingere i limiti di quello che è possibile fare suonando pop music, restare sul confine sottilissimo tra il successo e la sperimentazione, il punk e il mainstream. Era l’immagine di un’epoca che sta scomparendo, trascinandosi via gli ultimi scampoli di assoluta, viscerale sincerità nel mondo della musica, mainstream o indie che sia.

L’ho visto dal vivo solo una volta, a Milano nel 1996 per l’ultimo tour dei Soundgarden prima dello scioglimento. Con Andrea, agli esordi dei Lecrevisse e anche con un piccolo ma gustoso tributo acustico (che si chiamava Il giardino di Alice, per capirci), suonavamo qualche loro canzone: poche, perché la mia ugola non mi consentiva serie imitazioni delle sue imprese canore. Ricordo che in acustico facevamo Like Suicide, Black Hole Sun ovviamente, Zero Chance; e in elettrico la portentosa Mailman.

Superunknown resta lassù, nell’olimpo dei dischi immortali, quelle rare creazioni in cui il suono perfetto, l’ispirazione e l’urgenza si fondono e trascendono i limiti di un lavoro discografico diventando opera d’arte vera, resistente al passare del tempo e delle mode. Temple Of The Dog è forse musicalmente meno interessante – tutto sommato, un disco di hard blues – ma io tutto il cuore che c’è in quelle tracce non l’ho ritrovato spesso altrove, e questo me lo rende imprescindibile. Degli Audioslave e della carriera solista salvo poco, ma questa canzone da Euphoria Morning per me sta insieme ai suoi vertici creativi.

Lui non era mai diventato schiavo dell’eroina, non si era massacrato con la coca, non si era esploso un colpo in faccia, ma i suoi demoni (che, mi risulta, preferiva affogare nell’alcol) li aveva eccome, e li affrontava silenziosamente. Un’altra enorme, insostituibile parte di me – di noi – se n’è andata via, inaspettatamente, travolgendomi e lasciandomi davvero a pezzi. E di nuovo, niente sarà più come prima.

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