In fuga da una bugia: intervista a Marco Orrico dei Camera 237

Intervista a cura di: Renata Rossi

Eravamo intorno alla metà degli anni 2000 e la mia città, Cosenza, viveva un momento musicale splendido e molto vitale. Nascevano locali e diverse band si facevano conoscere sui palchi di tutta italia, piene di entusiasmo e con un’energia e grinta ineguagliate.
Com’ era inevitabile che fosse, le seguivo un po’ tutte con passione e interesse, ma se c’è un nome su cui avrei assolutamente puntato allora e che oggi sono particolarmente contenta possa festeggiare i 15 anni di carriera, sono i Camera 237.
La prima volta che li vidi dal vivo rimasi folgorata: tra pezzi post rock, tirati e travolgenti, musica rilassata e onirica con slanci psichedelici che improvvisamente impennava in deflagrazioni e distorsioni soniche, fu una vera epifania.
All’alba del loro quinto album in studio ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Marco Orrico, voce, chitarra e anima del gruppo. Messa da parte un po’ di nostalgia per il passato abbiamo parlato del nuovo lavoro, dei cambiamenti avvenuti nel corso degli anni e, soprattutto, di come la magia durante i live sia la cosa più importante di tutta la loro musica.

 

 

Marco,  puoi spiegare in due parole a chi non vi conosce chi sono i Camera 237?

I Camera 237 sono un progetto nato quasi per caso, inizialmente solo strumentale, scaturito dalla passione comune a tutti i musicisti verso la musica e un genere in particolare, il post rock. È iniziato tutto come fosse un gioco, com’è successo per tanti che si son messi a suonare insieme, ma molti gruppi si sono sciolti, noi siamo ancora qua.

 

Voi siete nati qualche anno prima del boom dei social network. Credete che oggi, sfruttandoli come tramite, sia più facile emergere e farsi conoscere o il gran numero di proposte che mettono a disposizione rende tutto più difficile?

Credo che i social per una nuova band siano una piccola trappola. Quando abbiamo iniziato noi ci sentivamo un po’ soli, non era facile far sentire la propria voce, oggi però si è tutti sullo stesso canale, non basta creare una pagina e sponsorizzarla, diventi solo uno dei tanti già presenti. Allora mi ricordo gestivamo la nostra pagina My space, ed era tutta una cosa diversa, più personalizzabile e probabilmente quello era il social più utile e adatto per una band.

 

Il titolo del disco “THE LIE AND THE ESCAPE” incuriosisce molto e lascia aperte diverse possibili interpretazioni. Quali sono le bugie di cui parli e da cosa devi fuggire?

Il titolo fa riferimento al senso di colpa, in particolare quello cattolico, alla grande bugia che si porta dietro e alla nostra fuga da tutto ciò. Questo senso di colpa è profondamente radicato dentro ciascuno di noi, fa parte del nostro DNA, è insito nell’ educazione che c’è stata impartita sin dalla nascita.
Parlo personalmente, perché è un argomento che volevo toccare da tempo, ma ho poi visto che il mio punto di vista è condiviso anche ai ragazzi della band. Insieme abbiamo deciso di muoverci, di scavare dentro di noi e di portar fuori questo senso di colpa e di esorcizzarlo innanzitutto col titolo ma anche con alcuni testi. Sono molto contento di come siamo riusciti a focalizzare le nostre idee e concretizzare quella che è un idea che mi balenava in testa da un po’.

 

 

L’artwork del disco, davvero bello se posso dirlo, è stato affidato a Roberto Gentili, illustratore e graphic designer cosentino. Com’è nata questa idea?

Con Roberto c’è una bella amicizia da un po’ di anni e ci eravamo ripromessi di fare qualcosa assieme. Così le nostre strade, che dal punto di vista personale sono state sempre molto vicine, si sono incontrate anche a livello artistico. Le cose che fa Roberto ci sono sempre piaciute, ci hanno sempre affascinato in qualche modo, e così ci sembrava giusto che la copertina dell’album fosse una sua creazione. Gli abbiamo lasciato carta bianca, così come in realtà facciamo sempre sia per la parte visiva che nell’artwork. Lui ha voluto naturalmente ascoltare prima il disco e conoscere le motivazioni legate al titolo.

 

La dimensione live è decisamente quella che più vi si addice. Com’è cambiato il vostro modo di suonare, di vivere il concerto, anche in virtù dell’ esperienza maturata in questi anni, sia sui palchi dei grandi festival che  su quelli dei piccoli locali?

Noi siamo nati come band che trova la sua ragion d’essere nell’esibizione live, e da sempre registriamo insieme i dischi come si trattasse di un concerto. L’energia e l’intensità che c’è stata fin dalla prima esibizione è la medesima, io provo ad oggi le stesse emozioni forti che provavo all’inizio. Può essere cambiato qualcosa a livello tecnico anche perché siamo maturati musicalmente ma per noi il live è sempre davvero speciale, una sorta di magia che non saprei nemmeno spiegarti.
Infatti ogni tanto parlo con i ragazzi della band e dico loro che, quando un giorno salirò sul palco e sentirò anche solo un briciolo in meno di quell’energia che sprigioniamo dal vivo, non suonerò più.
(Sorride) Fortunatamente al momento tutto questo non succede.

 

Per la scrittura dei pezzi, voi nascete come band strumentale, abbracciando un genere, il post rock, molto particolare e rischioso, col limite strutturale di essere abbastanza indirizzato ma che allo stesso tempo dà la possibilità di muoversi in infinite direzioni.
Com’è cambiato, nel tempo, il vostro modo di comporre canzoni?

C’è stata sicuramente un’evoluzione nella composizione dei brani, una maggiore inclinazione al pop, ma è stato tutto spontaneo, legato all’esigenza di inserire la voce e a un nostro avvicinamento verso l’elettronica, che in realtà c’è sempre piaciuta.
Abbiamo sempre amato i sintetizzatori, le batterie elettroniche, questa sorta di giocattolini meravigliosi e perversi.
È stata un’evoluzione, credo, interessante, che spero ci sarà sempre. In questo disco, tuttavia, abbiamo notato durante la stesura come siamo un po’ tornati indietro nelle nostre attitudini, riabbracciando il post rock nella sua natura più intima, per farlo sposare meglio con la forma cantata e alcune melodie. Io credo si possa dire che è un tornare dietro per andar avanti.

 

Ho ascoltato You e I will Know e ho apprezzato molto il vostro nuovo sound più maturo, c’è qualche altro brano su cui vorresti puntare in particolare?

Non riesco a scegliere ma noi abbiam puntato tanto anche su My Disorder, che è stato il primo singolo.

 

La produzione artistica del disco è affidata ad Andrea Suriani, che ha partecipato alla realizzazione di alcuni tra i più importanti lavori degli altimi tempi, da Cosmotronic, il nuovo lavoro di Cosmo, al nuovo singolo di Calcutta, passando per i lavori di Giorgio Poi e de I Cani. Com’è nata questa collaborazione?

Abbiamo conosciuto Andrea un po’ di anni fa, ai tempi di Inspiration is not here,  quando era un giovane e promettente assistente di studio: nel frattempo ha fatto un bel po’ di strada!
Il disco in realtà è stato registrato da Alberto La Riccia in una casa nelle montagne della Sila e successivamente mixato e masterizzato da Andrea a Bologna.

 

 

Quindici anni di carriera sono un bel traguardo: hai qualche aneddoto particolare, qualche storia da raccontare che nessuno conosce?

Ci sono tante cose da raccontare in realtà, ma una in particolare riguarda proprio il periodo in cui registravamo Inspiration is not here a Bologna.
Noi stavamo registrando in studio quando ad un tratto bussano alla porta.
Yandro, il nostro batterista, va ad aprire e, girandosi verso di noi farfuglia qualcosa sulla persona che era alla porta, nessuno crede alle sue parole. Ci giriamo e increduli vediamo entrare Roberto Freak Antoni, il compianto leader degli Skiantos, con la chitarra in mano e lo sguardo sorpreso.
Dopo un momento di silenzio in cui nessuno osava aprire bocca, si guarda attorno e, con quel suo inconfondibile modo di fare ci dice che forse ha sbagliato studio!

 

Hai un sogno artistico da realizzare, magari la collaborazione con qualcuno in particolare?

La caratteristica principale dei Camera 237 è che siamo persone diverse con caratteri e attitudini differenti. Io sceglierei ad occhi chiusi Nick Cave, sarebbe un sogno esibirci con lui.

 

L’album è pronto, le date del tour stanno per uscire: dove potremo vedervi in concerto?

Al momento l’unica data confermata è quella del 25 gennaio a Roma. Ma ci saranno altre date e diverse sorprese…

 

Il mio consiglio è quello di dare un’occhiata alla loro pagina Facebook, in continuo aggiornamento e, se dovessero passare dalle vostre parti, di non farveli scappare…

Sarebbe un peccato!

 

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