“Viaggio al termine della notte” – al Teatro cinema nuovo Pisa la potenza della parola di Teho Teardo ed Elio Germano

 

A cura di Marlene Chiti

Il primo Febbraio arriva a Pisa in edizione rinnovata e ottiene un ottimo riscontro di pubblico il rodato spettacolo che  Teho Teardo, affermato musicista e compositore attivo anche in campo cinematografico, ed Elio Germano, uno degli attori italiani più apprezzati dell’ultimo decennio, hanno dedicato a Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline.

La messa in scena minimale si limita alla postazione d’effettistica di Teardo sulla destra del palco e ad una scrivania occupata da Germano sul lato opposto.

In seconda linea, il trio d’archi: Laura Bisceglia al violoncello, Ambra Chiara Michelangeli alla viola e Elena De Stabile al violino.

Le composizioni musicali dai toni crepuscolari, altalenanti fra malinconia e fragore, si alternano a letture, giocoforza frammentarie data la corposità del materiale di partenza, di brani del romanzo, scelti per l’attualità dei temi e la viscerale potenza della parola; parola rafforzata dalla capacità interpretativa dell’attore che tutto gioca sulla modulazione della voce, sulle pause e nelle inflessioni, sempre chino sulla scrivania, aiutandosi solo con misurati gesti delle mani e scandendo il tempo dell’alternanza musica parole con l’accendersi/spegnersi di una abat-jour da comodino.

Si susseguono riflessioni sulla razza, sulla guerra, quelle particolarmente efficaci sulla natura dell’eroismo e della sua controparte, la vigliaccheria:

 

“Capii al tempo stesso che dovevano essercene molti come lui nel nostro esercito, dei prodi, e poi di sicuro altrettanti nell’esercito di fronte. Chi poteva sapere quanti? Uno, due, molti milioni in tutto? Da quel momento la mia caghetta divenne panico. Con esseri del genere, quest’imbecillità infernale poteva continuare all’infinito”

 

Aforismi nichilisti:

“L’amore è l’infinito abbassato al livello dei barboncini, e ci ho la mia dignità, io! “

 

La vita degli oppressi, il lavoro come stigma sociale, un insieme magmatico espresso con linguaggio vivido e purulento, che non rifugge la bassezza umana.

Tutto questo è un’esperienza concentrata in poco meno di un’ora di spettacolo, il che pare aver lasciato perplesso qualche spettatore ma che è certamente adeguata alla scarna messa in scena e permette di godere del testo senza che si sfidi oltremodo la capacità di attenzione del pubblico.

Il grande successo dell’evento, forse inaspettato in questi numeri, ha creato qualche difficoltà organizzativa; nel tentativo di dare risposta a tutte le richieste si sono riempiti tutti i posti disponibili, comprese le prime file in basso della galleria che godono di una visibilità ridotta a causa della balaustra, il che non pone problemi per l’originaria vocazione cinematografica della venue ma ne crea molti quando si passa ad uso teatrale.

Se certo non è mai piacevole trovarsi con la visuale ostruita vero anche è che in questo spettacolo la componente visuale/scenografica, quasi assente, non è quel che conta o quantomeno non al livello di quella dell’ascolto, dove la fusione di musica e parole permetterebbe d’apprezzare lo spettacolo anche ad occhi chiusi.

Ci si aspetta comunque in futuro da parte degli organizzatori una maggiore cura e attenzione rispetto a questo tipo di problematiche.

 

 

*citazioni dal testo

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte (Voyage au bout de la nuit, 1932), traduzione e note di Ernesto Ferrero, Corbaccio, 1992.

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