Quando ci sarà la rivoluzione: il ritorno dei Fluxus

Di: Antonio Bastanza

 

FLUXUS

Non si sa dove mettersi

 

(Autoprodotto)

 

TRACKLIST

1. Nei secoli fedeli
2. Licenziami dal mondo
3. Ma ero già indietro
4. Ami gli oggetti
5. Prescrivimi qualcosa
6. La decima vittima
7. Mi sveglio e sono stanco
8. Gli schiavi felici
9. Bianca materia
10. Datemi il nulla
11. Alieni per la strada

Tornati a distanza di 15 anni dall’ultimo, omonimo, lavoro, i Fluxus riprendono esattamente da dove ci avevano lasciato con i loro suoni taglienti ed energici e i testi incisivi esaltati alla perfezione dal cantato di Franz Goria.
Registrato in presa diretta e completamente autoprodotto, “Non si sa dove mettersi”, pubblicato grazie al crowdfunding attraverso la piattaforma Musicraiser, nasce grazie all’energia scaturita dalla reunion del 2014 che ha portato dapprima ai due live del 2015 e, successivamente, alla decisione di scrivere pezzi nuovi che sono confluiti nel nuovo lavoro.

“Quando non hai niente da dire, o non sei sicuro di quello che vuoi dire, è inutile produrre qualcosa, perché diventa solo un esercizio sterile. In questo momento forse la situazione stessa è diventata un soggetto, nel senso che alla fine vale la pena parlare del caos che ti circonda, delle contraddizioni.”

Il titolo, liberamente ispirato a un brano degli Stormy Six, band milanese che, tra prog e canzone politica, ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica italiana, richiama in maniera evidente la disappartenenza, la difficoltà ad esprimere in maniera lucida il caos che ci circonda.

“Il titolo è una frase che riassume bene la situazione. Non si sa dove mettersi, c’è una mancanza di posto. È una descrizione della dimensione in cui ci troviamo tutti. È come se ti fossi alzato un attimo e ti avessero preso il posto in cui stavi prima, un po’ come il gioco delle sedie.”

Non si sa dove mettersi è un disco urgente e diretto, un pugno nello stomaco ben assestato, un affresco spietato su una realtà e su una umanità con le quali è diventato difficile entrare in sintonia.
Canzoni cupe per tempi oscuri, quelle della band torinese, 11 tracce in cui il pessimismo è generato dall’evidenza che le cose non fanno altro che peggiorare, 11 brani di grande impatto sonoro, che si muovono tra hard rock e punk in maniera lineare ed efficace. L’invettiva sulla superficialità e l’ipocrisia della gente come in Ami gli oggetti  (“Quando ci sarà la rivoluzione tutti saliranno sul carrozzone dicendo che ci avevano sempre creduto/Ami gli oggetti e usi le persone”), la corsa a perdifiato di Ma ero già indietro (“Io non rinuncio a niente sono le cose che rinunciano a me”) ma anche la lenta e onirica discesa agli inferi di La decima vittima (“Muovo le braccia intorno, nel buio mentre inizia la caccia/e caricano le armi e affilano i coltelli e vengono a cercarmi”) sono gli episodi migliori di un album semplice, diretto, senza sovrastrutture inutili, e, soprattutto, vero, totalmente privo di quella retorica da due soldi che troppo spesso inonda le canzoni delle nuove generazioni del rock tricolore.

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