Il Cannabistrot

© Muhammed Salah

A cura di Fiorella Todisco

© Muhammed Salah

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Finimmo al Cannabistrot, attirati dalle luci giallo ambra che illuminavano, assopite, i divani trapuntati bordeux disposti in varie isole all’interno del locale.
Quella sera aveva il sapore della Parigi anni ’30 ed il mio cappotto di panno color cammello scendeva giù, fino a solleticarmi le caviglie.
Ad accoglierci un caldo tepore che profumava di mobili antichi e vin brulè.
L’atmosfera accogliente ci fece sentire a casa.. respiravamo l’aria di una serata che sembrava essere una delle ultime della nostra gioventù: il peso dello studio senza certezze e della disoccupazione post laurea strizzavano l’occhio all’inizio dell’età adulta.
BonBon indossava dei jeans chiari ed un giubbotto di renna del padre dei tempi dell’università, mentre Carlotta volteggiava, come sempre, in un vestitino a fiori, accompagnata dalla sua fedele borsetta di cuoio.
“Tre bourbon”, ordinai al barista, estraendo una sigaretta dal pacchetto morbido di Marlboro Light.
Con le note in sottofondo dei Red Hot, sorseggiavamo dai nostri bicchieri di vetro sputando nuvole di fumo e ciccando in un posacenere che incarnava la signora Solitudine.
Aspiravamo tutti e tre a diventare, un giorno, dei magistrati senza perdere la nostra umanità.
Discutemmo di Sartre e di come avessimo raggiunto lo slancio emotivo di cui egli parlava nella “Nausea”… o meglio ci fantasticavamo su, come, del resto, facevamo in relazione ad ogni episodio di vita che ci toccava e per ogni uomo che ci dispensava carezze maldestre.
Avvolte dal caldo abbraccio del bourbon facemmo la nostra dichiarazione di intenti: BonBon avrebbe smesso di andare a letto con il suo migliore amico, Carlotta si sarebbe sposata con un medico, possibilmente stempiato, mentre io.. beh io dissi che ero innamorata di quel chitarrista conosciuto poche sere prima.
Il piano sarebbe stato sedurlo parlando del mio interesse per la filosofia della sinistra hegeliana, per poi finire travolti dalla passione. Aggiunsi che lo avrei sposato dopo qualche anno di convivenza in un appartamento del centro storico e che avremmo avuto tre figli bellissimi come me, ma simpatici come lui.
Sia BonBon che Carlotta, tuttavia, mi fecero notare che parlare di filosofia come tecnica di approccio, forse, non avrebbe portato ai risultati sperati, così ordinammo un terzo bourbon per affogare le nostre frustrazioni in un altro paio di dita di liquore.
Ricominciò, così, il nostro valzer di sogni e di speranze..
Eppure, nel mentre che mi entusiasmavo pensando al mio futuro nelle aule di un tribunale, mi assalì, paradossalmente, l’istinto di fuggire da tutti, di cambiare identità e di far sfumare lentamente il mio ricordo, come un vecchia fotografia sbiadita, persa tra i fondali dell’ineluttabile fiume Tempo.

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