“Ieri partigiani, oggi antifascisti”: intervista a Giulio “Rugantino” Ferrante dei Radici nel Cemento

A cura di: Serena Coletti

Radici nel cemento è una band attiva dai primi anni ‘90 nella scena reggae-rocksteady italiana, mescolando con disinvoltura i motivi cardine del genere in levare con testi di impegno sociale e altri che narrano con leggerezza e ironia la quotidianità della vita romana. Il loro ultimo album, “Fuego y Corazon”, autoprodotto, è uscito il 25 maggio per RNC e Goodfellas. Abbiamo incontrato Giulio “Rugantino” Ferrante, cantante e chitarrista che ha contribuito alla nascita della band, per parlarne.

 

C’era grande attesa per “Fuego y Corazon”, visto che il vostro ultimo album risale al 2013, che però è stata ben ricompensata perché contiene 18 tracce per un totale di 1,15 h di musica.
Effettivamente cinque anni sono un po’ tantini, neanche i Pink Floyd. Visto che ci abbiamo messo tanto abbiamo deciso di abbondare: ci sono 14 canzoni e 4 bonus track,dei remix in chiave strumentale di cui un paio in chiave dub, una traccia è proprio un remix elettronico e un’altra è una version, che è una sorta di regalino ai dj perché nell’ambiente reggae indica una base senza voce, poi utilizzata dai loro quando fanno le serate dancehall per cantarci sopra.

 

In circa 25 anni di carriera avete cambiato spesso formazione, questo per voi è una ricchezza o una difficoltà nel mantenere l’identità dei Radici?
Sicuramente è una difficoltà perché un gruppo funziona bene quando c’è armonia, quando questa viene a mancare ci può volere del tempo per ritrovarla, che è uno dei motivi per cui ci abbiamo messo tanto a fare il disco, perché nel frattempo sono cambiati un bel po’ di elementi, ma come al solito se uno lavora in positivo si può crescere. La personalità e i contenuti del gruppo sono salvaguardati dal fatto che i tre fondatori rimasti siamo io, l’altro cantante e il batterista (Giorgio “Rastablanco” Spriano e Vincenzo Caristia, ndr) , che diciamo sono tre ruoli fondamentali perché io e l’altro cantante scriviamo le canzoni e il batterista è quello che da’ un’impronta basica alla musica, è l’elemento sul quale si appoggiano tutti gli altri.

 

Passando al disco, secondo me una cosa molto positiva è la copertina, forse la vostra migliore, che si concilia molto bene con il titolo, “Fuego y Corazon”, come sono nate queste due cose?
La grafica è molto molto bella sono d’accordo, è stata fatta da Osvaldo Casanova, un grafico di Vicenza, e mi sbilancerei a dire che questa è la copertina più bella. La canzone “Fuego y Corazon”, che ho scritto io, è un’esaltazione della passione, perché quando viviamo tutti i giorni il cuore ci batte, però in alcuni momenti sembra che batta più forte, ed è proprio una sensazione fisica che uno ha quando si innamora, quando sta facendo una cosa che lo appassiona, quando è molto emozionato, e quindi in quei momenti, quando c’è la passione, sembra quasi che il cuore a forza di battere si scaldi di più e partano le fiamme. Il titolo perciò ha questa metafora qua, basata sull’esaltazione della passione, che è una delle cose più belle che ci può essere, vivere con passione ogni volta che si può. La prima scelta che uno di solito fa e quella di cercare una canzone che più delle altre rappresenta il disco, in questo caso essendo veramente molto varie abbiamo scelto questa perché quello che accomuna tutto quello che facciamo, il fatto stesso che dopo 25 anni siamo ancora qui a portare avanti il progetto, è proprio per la passione.

 

Nel singolo uscito a maggio, “Il valore del lavoro vero”, ad un certo punto voi dite “non c’è valore nel lavoro che ti leva dalla scuola e ti insegna la catena troppo presto”. Mi ha colpito questa frase alla luce dell’ultima riforma della scuola, che prevede appunto che i liceali vadano a lavorare, ovviamente senza essere retribuiti, è lavoro vero questo?
Una società che rispetti tutte le libertà meno una, quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani” è un campione (da Berlinguer, ndr) che abbiamo scelto di mettere proprio perché in una frase sola, storica, molto semplice, espone un po’ tutto il concetto.Uno dovrebbe avere la possibilità di evolversi al massimo prima di dover scegliere un lavoro che poi magari influenzerà tutta la sua vita futura, solo questo processo qui ti avvicina a quello che si può considerare un lavoro vero. Il valore del lavoro vero credo che sia, come dico, in “un futuro meno nero”, dove sai che non può che andare meglio perché stai facendo un lavoro che ti piace. Dovunque c’è sfruttamento ovviamente il lavoro vero manca, purtroppo i diritti invece di aggiungersi vanno sparendo.

 

Ho trovato simpatico che nell’altro singolo, “La ginnastica der core”, affermate che “amare stanca” ma è una stanchezza che si capisce essere soddisfacente; non è forse questo un lavoro vero? Amore è anche essere legati alla musica, penso ad esempio al discorso fatto sulla passione per quanto riguarda il titolo dell’album.
Sì, è assolutamente vero, subito dopo “amare stanca” infatti c’è “ma non riesco a stare senza” perché è proprio così. Sicuramente ti confermo che è molto stancante portare un progetto musicale negli anni però sì quando scendi dal palco e c’è qualcuno super emozionato che ti fa i migliori complimenti e ti chiede quando suoni la prossima volta non ce la puoi proprio fare a smettere. A volte magari uno ci pensa ma quando succede questo proprio no, ti rendi conto che quello che stai facendo per qualcuno è più che importante e questo ti gratifica tantissimo e ti obbliga in maniera felice ad andare avanti.

 

Abbiamo detto del campione di Berlinguer che non è l’unico presente nel disco, ma ci sono numerose citazioni prese da ambiti diversissimi. Per esempio la canzone “Spaceship Earth” si apre con “Space Oddity” di Bowie, come vi è venuto in mente questo collegamento?
Il genere non è collegato al reggae ma il concetto sì, perché comunque il testo gioca sulla metafora del pianeta Terra come un’astronave che viaggia nello spazio-tempo, ribadisce concetti semplici ma che purtroppo oggi occorre ripetere appena si può, cioè che ne abbiamo una sola e dobbiamo poter sognare, viaggiare, crescere ed evolverci senza possibilmente autodistruggerci, quindi abbiamo deciso un po’ per gioco di metter questo richiamo allo spazio.

 

Rimanendo in tema anni ’70, voi avete sempre sostenuto che le vostre canzoni rimanevano ispirate a un suono proprio di quel periodo, però se pensiamo al finale strumentale così particolare di “Turbolenze” possiamo parlare di una nuova apertura?
Ci siamo aperti un po’ di più, si è allargata parecchio la forbice da suoni super acustici a parti esclusivamente elettroniche. Sono molto contento, secondo me per come siamo fatti noi è la strada giusta quella di aprirci a nuove sonorità come queste ma salvaguardare alcuni pezzi dedicandoci sempre ad altri stili, per esempio in questo disco c’è “This is the time”, un pezzo con ospite un grandissimo e giovanissimo toaster romano (Ras Mat I, ndr), che ha un perfetto stile rocksteady reggae giamaicano anni ’70.

 

Abbiamo detto che ci sono diversi campionamenti, tra cui uno tratto da “Trainspotting”, in apertura di “No pushman”, che poi si capisce logicamente essere una critica. Voi avete come Radici più o meno la stessa età del film e venite dal litorale romano, dove negli anni ’90 i casi di eroina non erano pochi, come vi sembra sia cambiata questa realtà e cosa vi ha spinto a scrivere al giorno d’oggi un pezzo del genere?
Come dicevi giustamente questa cosa l’abbiamo vissuta attaccata noi nella vita di tutti i giorni. Giorgio ha scritto questa canzone perché penso la sostanza sia sempre valida, visto che purtroppo pare ci sia un revival dell’eroina. Noi storicamente siamo per la liberalizzazione delle droghe in generale, accompagnata a un’adeguata informazione, controllo e possibilità di assistenza. Per contro siamo quindi contrari all’eccessiva leggerezza in ambito di droghe, perché possono ovviamente fare molto male, non è una novità, non siamo per la droga libera ma per un uso cosciente di quello che si decide di assumere.

 

In questi anni il reggae italiano è cresciuto, senza però uscire mai dall’ambiente underground, tanto che lo stesso “Fuego y Corazon” è un album autoprodotto, pensate che ad esempio la partecipazione di Roy Paci a Sanremo sia un’occasione per il vostro genere?
L’autoproduzione è stata una scelta forzata perché le alternative non erano abbastanza vantaggiose per noi. Per come la vedo io, avendo viaggiato anche in svariati altri posti, in Italia quello che manca è quel minimo di cultura generale della musica, perché magari senti Roy Paci a Sanremo e scopri che si chiama reggae, rocksteady, ska o come vuoi, ma poi anche se lo trovi divertente la cosa finisce lì, non si casca in una sensibilità che ti spinge a cercare su google cosa è e ad ascoltarti qualche canzone su Youtube. Alla fine basterebbe quello, mentre invece siamo un po’ chiusi e modaioli, seguiamo quello che già c’è. Questo in generale, non voglio sembrare troppo bacchettone per fortuna ci sono anche un sacco di eccezioni.

 

Quindi secondo la tua esperienza questa è una cosa che cambia all’estero? Possiamo vedere un futuro roseo da questo punto di vista per l’Italia se saprà aprirsi agli arrivi di stranieri?
Sì guarda in Inghilterra, nei paesi sassoni in generale c’è questo tipo di approccio, poi in Francia, probabilmente di ritorno dal loro colonialismo, per il fatto che sono stati un po’ ovunque nel mondo, gli sono arrivati in casa tutti questi colori. Pure in Spagna mi è sembrato di cogliere più vivacità, più curiosità, quando siamo andati lì la prima volta a fare il tour c’era un sacco di gente da subito incuriosita. In Italia per fortuna già si vede un po’, ma se posso dirlo il panorama politico di oggi proprio non è che prometta tanto bene.

 

In “Unite” recitate lo slogan “ieri partigiani, oggi antifascisti”, e nei due brani successivi riprendete il tema delle resistenze coniugate in due esperienze internazionali che riguardano il presente. In “Comandante nella neve” parlate del Donbass, in “Ho fatto un disegno” del Kurdistan, che sono due situazioni seguite pochissimo in Italia, da cosa nasce questo vostro interesse?
Cerchiamo sempre di usare il nostro veicolo per dare voce a chi non ce l’ha. “Comandante nella neve” l’ha scritta Giorgio a sostegno della Banda Bassotti, loro sono anni che vanno in Donbass, organizzano una carovana per portare lì aiuti e poi stare lì in qualità anche di osservatori e per tutto quello che riescono a fare a sostegno della popolazione locale. Per quanto riguarda l’altro pezzo invece a dire la verità nasce dal fatto che l’organizzazione “Un ponte per Kobane”, nata per raccogliere fondi per costruire un ospedale ad Afrin, ha fatto una compilation, chiedendo a diversi gruppi romani di partecipare, prendendo spunto da poeti curdi, io ho scritto questo pezzo scegliendo una poesia di Ocalan, storico leader curdo, che è praticamente il ritornello.

 

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