Intervista a Maru – Leggera come il suono del suo ukulele

A cura di Michela Guerrera

Maru, giovane cantautrice siciliana felicemente residente a Bologna, si racconta ai lettori di Più o Meno Pop con profondità ma allo stesso tempo un velo di mistero. Mentre la ascolto noto che pone enorme cura nella scelta delle parole, sembra pesarle una ad una, senza lasciare nulla al caso, raccontando di luoghi e persone con passione e rispetto.

Qualche chilometro più in là i suoi fan attendono di vederla salire sul palco, Maru appare decisamente molto emozionata a riguardo, ma allo stesso tempo emana calma, tranquillità, pace, sole, cuore e amore.

Sentirla parlare è come ascoltarla cantare.

 

Ciao Maru, ti va di presentarti ai lettori di Più o Meno Pop con il verso di una canzone?

La mia frase è in realtà la prima strofa di Dog Days Are Over dei Florence +The Machine:

“Happiness, hit her like a train on a track

Coming towards her, stuck still no turning back

She hid around corners and she hid under beds

She killed it with kisses and from it she fled

With every bubble she sank with a drink

And washed it away down the kitchen sink”

 

Come sta andando il tour?

Per adesso molto bene, abbiamo avuto tante soddisfazioni. Abbiamo fatto solo due date: Prato e Bologna. A Prato non mi aspettavo tutta questa gente: eravamo al Capanno 17 ed era strapieno. A Bologna invece abbiamo giocato casa, c’erano gli amici e ci siamo divertiti tanto!

 

So che i tuoi brani sono nati solo con voce e ukulele. Come hai vissuto il loro cambiamento verso i nuovi arrangiamenti, presenti nell’album, così differenti?

In generale, l’idea di arrangiare i pezzi con altre persone mi è sempre piaciuta tanto, infatti prima di questo disco variavo molto durante i concerti, anche a seconda degli amici con cui suonavo.

Con Fabio Grande, che è il produttore del disco, è successa una cosa diversa: lui mi ha dato una direzione, un’identità. All’inizio, quando mi sono trovata davanti a questi arrangiamenti, non sapevo se fosse la direzione giusta per me: è stato un po’ spiazzante. Era completamente diverso: lui ha trasformato i miei pezzi in qualcosa di maturo e professionale. Mentre questi pezzi nascevano e crescevano, non li comprendevo. Ma alla fine, quando mi sono accorta che il disco era finito, ho detto : wow! Ora ho capito. Era tutto perfetto così.

 

Fabio ha capito perfettamente che direzione volessi prendere, ma prima che lo capissi io.

 

Nei tuoi brani usi delle metafore a volte molto difficili da decifrare. Ho voluto fare un gioco: ho selezionato alcuni versi delle tue canzoni, provo a darti la mia interpretazione e mi dici se ci ho preso o meno, ti va?

Ahah ok dai ci sto!

 

“Hai le mani di pasta, è tutto quello che resta” (Giorgia)

Io mi sono immaginata una ragazza che fa il pane, ma la ricetta va a finire male perchè brucia tutto. Quello che le rimane è solo la pasta cruda tra le dita.

Molto bello, mi piace la libera interpretazione. Ma il significato vero è più ampio e filosofico: “hai le mani di pasta” lo intendevo come “sei molto fragile” e “è tutto quello che resta” è la frivolezza.

La tua interpretazione però ci sta un sacco, perchè io per tantissimo tempo ho lavorato in un forno. Mi capita a volte di scrivere cose e non avere la minima idea di cosa significhino oppure di attribuire loro un significato e ritrovarle nella mia vita dopo mesi o anni. Quindi le reinterpreto.

 

“Non dare a nessuno questo posto, non ad altre mani, non a un pesce rosso” (Ordine)

Ho pensato che il pesce rosso è muto, ma tu ci tieni talmente tanto a questo posto -o a questo segreto- che non vuoi metterlo a rischio neanche parlandone con qualcuno che non potrà dire niente a nessuno.

Sì, questo è il modo migliore in cui potrei spiegarla. Quella del pesce rosso è stata anche un’immagine, una fotografia nella mia testa, perché una delle persone di cui parlo in questo testo aveva tatuato un pesce rosso.

 

“Ti ho di nuovo nascosta in una coperta, con il sonno che questo comporta. La televisione non l’ho più spenta” (Zero Glitter)

Qui non ho dato una vera interpretazione. Mi sono immaginata, molto banalmente, tu che copri la ragazza con una coperta così rimane lì, non si muove più e rimane con te.

Tra l’altro parlo della stessa persona che descrivo in Ordine. Sembra che io abbia a che fare con una persona narcolettica, in realtà non è così: evidentemente le piaceva molto dormire.

In generale ho sempre scritto moltissimo di amore e delle mie relazioni, ma Zero Glitter è un pezzo molto introspettivo: era un periodo in cui uscivo poco di casa e in casa non facevo molto se non scrivere. È un pezzo che riguardava soprattutto me, solo che io non sono mai stata in grado di guardarmi dentro senza confrontarmi con la persona con cui stavo in quel momento. Le relazioni sono sempre state il mio nodo, qualcosa dal quale non sono mai riuscita a slegarmi.

Ci sono dei momenti in Zero Glitter in cui ho voluto includere un’altra persona che mi dava sicurezza, in quel periodo era una persona che ho amato veramente tanto. Il tempo trascorso con lei ad avvolgersi nelle coperte mi permetteva di non pensare a me.

 

Ma la televisione, perché rimane accesa?

Quando vivevo a Cremona avevo una televisione in camera e non avevo internet, la utilizzavo solo per giocare alla play station. Hai presente quei momenti in cui sei con qualcuno, progetti di fare qualcosa ma alla fine ne fai un’altra e ti dimentichi di spegnere la tv?

 

Perché hai scelto il titolo del singolo Zero Glitter come nome dell’album?

Zero Glitter prima si chiamava Pancakes. Ha cambiato nome perchè io e Fabio abbiamo pensato che non desse molta giustizia al pezzo. Mi piaceva l’idea di comunicare qualcosa e di lanciare un messaggio che mi riguardasse nel profondo. La mia battaglia più grande è stata quella di aprirmi con le altre persone e fare coming out, sia per quanto riguarda la mia sessualità che per la mia personalità. È stato brutto vedere che altre persone, molto vicine, avevano lo stesso problema. Zero Glitter a me è sembrato un bel modo per dire non avere maschere, non avere filtri.

Parla di accettare tante cose, anche i propri fallimenti e di farlo in modo dignitoso.

 

Lunedì è Martina è un pezzo che parla della violenza. È un tema molto delicato, difficile da trattare e in pochissimi ne parlano nelle canzoni. Come è nata?

Certe storie vanno raccontate, ma non mi sentivo in diritto di farlo. Ho approfittato del

mio metodo di scrittura: molte delle cose che dicono non sembrano ciò che scrivo. Se tu non le dai questa interpretazione, Lunedì è Martina non sembra una canzone che parla di violenza.

Riguardava una persona che avevo abbastanza vicino: ero sul confine tra il “devo raccontarlo perché è un dovere farlo” ma anche il “non è un mio diritto farlo”. Non mi volevo sbilanciare troppo, ho lavorato a questo pezzo per quattro anni e ho sempre cercato dei modi per non svelare qualcosa. Tutt’ora credo che la persona di cui parlo non sappia dell’esistenza di questo pezzo.

Alla fine sono molto soddisfatta del risultato perchè volevo che rispecchiasse quel sistema vedo-non vedo tipico della situazione che stavo descrivendo.

 

Lunedì è Martina può essere la storia di chiunque. È una storia che vuole ma non vuole essere raccontata.

 

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