I Levia, 18 anni di attività, ancora in sella con una personale concezione di canzone

A cura di  Giovanni Graziano Manca

Nella loro musica i Levia cercano di integrare le peculiarità della canzone d’autore ad una musicalità più accentuata. Recentemente, oltre l’uscita dell’EP “L’altro capo” (leggi la recensione), l’aggiudicazione, da parte del gruppo originario di Salerno  della diciassettesima edizione del Premio De Andrè, un premio importante che ha come scopo la stimolazione e la promozione, presso gli autori, i compositori, gli interpreti e gli esecutori di musica italiana esordienti o comunque non noti al grande pubblico, di una creatività libera e scevra da tendenze legate alle mode, ai generi e ai falsi concetti di commerciabilità, al fine di ridare originalità e vitalità alla produzione artistica.
Abbiamo sentito i musicisti campani. Ecco cosa hanno risposto alle nostre domande.

Vorrei che vi presentaste ai lettori della nostra rivista. Parlateci di voi, delle vostre esperienze artistiche, delle vostre tendenze e predilezioni. Diteci anche se, oggi come oggi, a qualche anno dalla fondazione della vostra band, avete degli obbiettivi artistici da raggiungere (in caso positivo: quali?);

FABIO: Alfonso è un amico d’infanzia di mia moglie. Ci conoscemmo vent’anni fa e lui mi fece ascoltare dei pezzi. Io avevo appena messo su un piccolo studio casalingo e rimasi così colpito dalla sua scrittura che gli proposi di registrarli e arrangiarli insieme. Presto diventarono una decina e ci permisero di cominciare a suonare un po’ in giro. Poi un giorno un amico comune mandò un pezzo (forse l’unico presentabile) al Premio Beniamino Esposito (che mi pare non esista più), organizzato da Renzo Arbore a Napoli, e vincemmo.  Da quel momento cominciammo a pianificare in modo più serio degli obbiettivi, e in fondo dopo diciotto anni lo stiamo ancora facendo…

Il vostro ultimo album, “L’altro capo”, si nutre delle sonorità e del modo di fare musica tipicamente cantautorale. Secondo voi, a livello di risultato finale, cioè semplicemente ascoltando le canzoni di un CD, è distinguibile l’essere “gruppo” rispetto alla condizione “solitaria” del cantautore di una volta? Non parlo, ovviamente, del numero di strumentisti che partecipano alla realizzazione di un prodotto discografico…  

ALFONSO: La fase di scrittura è da sempre un momento piuttosto intimo… Subito dopo aver finito una prima stesura del pezzo mi confronto con Fabio per cercare insieme una forma musicale adeguata. Essendo io cresciuto con il cantautorato classico (De Gregori, Fossati, Conte, per intenderci), e avendo sempre percepito in questo genere una certa trascuratezza dell’aspetto musicale rispetto alla parte testuale, abbiamo fin dagli inizi cercato di mettere questi due aspetti sullo stesso piano. Fabio ha una storia più legata alla musica strumentale e questo forse ci ha permesso di esprimerci meglio ognuno nel proprio campo. Penso che questo binomio sia a vantaggio del risultato finale.

Quanto tempo vi è occorso per mettere insieme i cinque brani dell’EP?

FABIO: Generalmente i nostri tempi sono abbastanza dilatati. Il vero lavoro inizia solo dopo che Alfonso ha un’idea chiara sui pezzi. Poi avendo lo studio a casa ci prendiamo tutto il tempo che occorre per strutturare le parti e gli arrangiamenti. Purtroppo siamo un po’ troppo suscettibili al “piano B”: non di rado abbiamo totalmente abbandonato un pezzo praticamente ultimato per ricominciare da capo. Per “L’altro capo” abbiamo lavorato almeno due anni tra scrittura, arrangiamenti e missaggio. Ci piace lavorare con calma e non credo che pur volendo potremmo essere in grado di farlo diversamente.

Provenite da Salerno, città del meridione d’Italia. In quale dei brani del CD è maggiormente avvertita questa vostra appartenenza geografica e ancor più culturale?

FABIO: Non ci sentiamo particolarmente legati ai luoghi preferiamo gli incontri, le storie, le persone e le esperienze che questi favoriscono. Ma ovviamente vivendo in una città di mare è inevitabile un certo condizionamento, i luoghi affacciati sul mare rendono la percezione dello spazio meno circoscrivibile e forse favoriscono l’astrazione.

ALFONSO: Ne “Il vento in faccia”, prima traccia del disco, si parla del suonare all’aperto, in quei meravigliosi palchi estivi delle nostre parti, di fronte al mare, su cui pare soffi sempre un vento stupendo.

Sappiamo che la dimensione “live” è, per voi, decisamente importante: raccontateci qualcosa di curioso, di emozionante, qualche esperienza molto gratificante che vi sia capitata durante qualcuno dei vostri concerti;  

ALFONSO: Qualche giorno fa abbiamo iniziato con un live il giro dei concerti per il nuovo disco. Mentre suonavamo “L’elicottero e il silenzio” (fra i brani vincitori al Premio De Andrè di quest’anno) abbiamo percepito molta commozione nel pubblico e di occhi lucidi ne ho visti anche sul palco… Credo sia la prima volta che una nostra canzone tocchi le corde dell’empatia così efficacemente.

Raccontateci di come nascono le vostre songs e diteci quali sono gli argomenti che toccate con le parole, le storie che vi piace raccontare…

ALFONSO: Nella fase di scrittura cerco di tenere occhi e orecchie aperte per cercare di captare qualsiasi cosa possa stimolarmi. In ogni caso molta parte dell’ispirazione viene dai libri e dal cinema. Ad esempio, per “L’elicottero e il silenzio” lo spunto è nato da Fuocoammare, un documentario di qualche anno fa su come Lampedusa vive lo sbarco dei migranti, oppure “Contrariamente” nasce da una teoria di Saramago su come riescano a coesistere più cervelli distribuiti in ogni angolo del nostro corpo. “Amore mio” poi è una meravigliosa poesia disegnata da Andrea Pazienza, che ho cercato a modo mio di trasformare in canzone.

Siete soddisfatti dei risultati qualitativi raggiunti con questo pugno di canzoni oppure c’è qualche pezzo su cui tornereste per migliorarlo?

FABIO: Siamo  certamente soddisfatti del risultato finale. Bisogna valutare un lavoro anche in base alle prospettive che si avevano in partenza, che inevitabilmente  si scontrano con i mezzi a disposizione e gli intoppi in itinere. Riascoltando il disco adesso ad “orecchie fresche” mi sembra che un valore aggiunto ai pezzi sia dato dal suono complessivo; per questo dobbiamo ringraziare Francesco Tedesco della I Make Records che si è occupato del missaggio e della produzione. Francesco è un talentuoso musicista e producer che ci ha proposto una serie di scelte sonore lontane dalla nostra consuetudine e che si sono rivelate azzeccatissime.

Quale canzone del vostro intero repertorio rappresenta meglio la vostra essenza di gruppo, quella, insomma, che preferite e che mette d’accordo tutti…

ALFONSO: “Cinque soldati” (la prima traccia del nostro primo disco) è un pezzo a cui siamo ancora molto legati, forse perchè rappresenta un mondo sonoro che ci piace: strumenti etnici fusi con quelli elettrici, armonie che fanno pensare a spazi aperti. In questo disco c’è “Il vento in faccia” che credo ne sia una naturale prosecuzione.

Tre autori e tre dischi senza i quali mai avreste intrapreso la vostra carriera musicale…

FABIO: “The Intercontinentals” di Bill Frisell, “Union Café” della Penguin Café Orchestra e “Il ballo di San Vito” di Vinicio Capossela.

ALFONSO: Ai titoli citati dal mio socio aggiungo “La disciplina della terra” di Fossati, “Creuza de ma” di De Andrè e “Bufalo Bill” di De Gregori.

Vi siete appena aggiudicati la diciassettesima edizione del premio De Andrè, un premio importante che ha come scopo la stimolazione e la promozione, presso gli autori, i compositori, gli interpreti e gli esecutori di musica italiana esordienti o comunque non noti al grande pubblico, di una creatività libera e scevra da tendenze legate alle mode, ai generi e ai falsi concetti di commerciabilità, al fine di ridare originalità e vitalità alla produzione artistica. Vi chiederei, per concludere la nostra chiacchierata, quali sono, dopo l’evento, le vostre emozioni, impressioni, considerazioni e auspici.

ALFONSO: I Levia quest’anno compiono 18 anni di attività e infondo riuscire ancora a sopravvivere portando avanti una  personale concezione della canzone, di questi tempi è già un miracolo. Ricevere poi un riconoscimento così significativo il giorno dopo l’uscita del disco ci è  sembrato un bellissimo viatico, in special modo per noi che fin dagli esordi abbiamo puntato sulla canzone d’autore, che non è proprio un genere mainstream Per ora ci basta portare le nostre canzoni in giro e farci ascoltare il più lontano possibile.

 

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