Matt Elliott al Circolo Arci Progresso Firenze: canzoni emorragiche

A cura di Marlene Chiti

 

 

Certi concerti nascono con una dose aleatoria di rischio molto alta.

Per un uomo che s’accompagna solo con una chitarra classica e una pedaliera per effetti e loop, una data in una storica Casa Del Popolo fiorentina può essere una trappola, anche se da qualche anno si è impegnata a reinventarsi e offre un ricco e pregevole cartellone di interessanti live come il Progresso; se non trovi in fretta la chiave che ti permetta di entrare in connessione col pubblico, le limitazione tecniche e la difficoltà di tenere alta l’attenzione possono facilmente far andare alla deriva il concerto.

Ne pare ben conscio Matt Elliott quando, venerdì 17 novembre, prendendo posto sulla solitaria sedia di legno che, unico oggetto salvo strumento, microfoni e pedaliere, costituisce tutta la messa in scena sul piccolo palco del circolo, esordisce  anticipando di aver avuto problemi con la sua chitarra e i settaggi del pomeriggio. Timori infondati perché come lui attacca  The Right to Cry la sala, totalmente buia salvo per i fari che illuminano l’artista facendone una fiammella che fende l’oscurità,  piomba nel silenzio, silenzio in cui resterà per quasi tutta la sera salvo gli occasionali commenti sussurrati e i fragori improvvisi causati da bottiglie urtate per sbaglio nel buio. La fine del pezzo è accolta da un applauso caloroso che scioglie le tensioni iniziali e pare finalmente cominciare a mettere a suo agio il musicista che prosegue con la successiva Zugzwang.

I pezzi di Elliott sfuggono al tradizionale alternarsi di strofa e ritornello; alcuni, come questi iniziali che da soli riempiono la prima mezz’ora di concerto, sono, più che canzoni, sonate emorragiche di parole con testi lunghi e ricercati, altri sono lamenti dolenti pieni di loop e ripetizioni di pochi lancinanti versi,  come la cupissima The Kursk  da  Drinking songs:

 

“It’s cold I’m afraid/It’s been like this for a day/The water is rising and slowly we’re dying/We won’t see a light again/We won’t see our wives again”

 

Solo i brani dell’ultimo album The calm before paiono godere di atmosfere se non più allegre  meno opprimenti; così la lieve melodia della bella title track ci culla dolcemente e gli arpeggi latineggianti della chitarra classica in Wings & crown ci permettono di apprezzare anche le doti esecutive oltre che quelle compositive di Elliott. C’è spazio in questo set anche per alcune cover rodate quali I put a spell on you e la sorprendente Il Galeone, canto della tradizione anarchica eseguito in italiano, che suscita reazioni entusiaste fra gli astanti. Si chiude sulle note di una Bang Bang, che per quanto “elliottizzata”, rallentata e impreziosita dalla sua bella voce profonda, rimane l’unico episodio nazionalpopolare del set.

In apertura Sacromonte, progetto elettronico dal sapore vagamente ambient, ha fornito un placido tappeto sonoro per l’attesa della portata principale.

 

 

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