Tutta colpa di “Ritorno al futuro”: intervista a Fabrizio Cammarata

Intervista a cura di: Renata Rossi

 

Non capita tutti i giorni di ascoltare album come “Of Shadows” di Fabrizio Cammarata, un insieme di brani ispirati e profondi, suoni e melodie intime e raccolte ma dal respiro internazionale. Ma come nascono le sue canzoni, di cosa parlano, quant’è vicina Palermo, la sua città natale, al mondo di cui parla nelle liriche?

Quattro chiacchiere in compagnia del cantante siciliano ci hanno fornito interessanti risposte a queste e ad altre nostre curiosità…

 

Ciao Fabrizio, ci puoi dire come nasce la tua passione per la musica?
Penso da quella volta in cui avevo nove anni e vidi per la prima volta “Ritorno al futuro”. La scena in cui Michael J. Fox suona “Johnny B. Goode” fu come una folgorazione, e chiesi subito ai miei genitori una chitarra in regalo, che arrivò dopo un po’ di mesi. Da lì consumai per settimane il lettore VHS su quella scena avanzando di fotogramma in fotogramma cercando di capire dove Michael metteva le dita. Morale della favola: imparai a fare l’intro di quella canzone molto prima di imparare il giro di Do.

 

Come sono cambiati i tuoi gusti e i tuoi ascolti negli anni?
Parecchio, se consideri che come tanti ho iniziato amando Michael Jackson e oggi ascolto quotidianamente Tinariwen e Chavela Vargas. In mezzo c’è stato di tutto, tra le tante pietre miliari ci sono stati Bob Dylan, Fabrizio De Andrè, Bob Marley, Ben Harper e Bon Iver.

 

Il tuo nuovo disco, Partiamo dal titolo, OF SHADOWS. Quali sono le ombre di cui parli? Ti fanno paura o fanno solo un po’ parte di te?
Sono tutti quei luoghi dell’anima dove preferiamo non andare, dove si annidano i nostri punti deboli, le nostre paure e la nostra parte immorale, la nostra cattiveria. In genere ci fanno paura, ma vanno conosciuti, per averne il controllo. L’obiettivo di tutta una vita deve essere imparare a conoscersi, credo.

 

Probabilmente è il tuo lavoro più malinconico e profondo. Come nascono i tuoi brani? Sono più frutto delle tue esperienze personali, o che so, di un lavoro fatto a tavolino?
Non so scrivere canzoni a tavolino, ogni brano nasce da un’urgenza improvvisa di cui non ho nessun controllo. E sì, è tutto autobiografico, ma in senso lato; nel mio primo disco ho scritto una canzone in cui do voce alla poetessa greca Saffo in un momento di intima confessione, ma anche lì parlavo di me. Mi è capitato di stare tre anni senza scrivere nulla, così come di riuscire a scrivere quattro canzoni in una settimana. Questo genera in me una sorta di ansia che mi fa vivere ogni disco come fosse l’ultimo, e anche per questo metto tutto me stesso quando ne faccio uno.

 

L’amore resta sempre protagonista dei tuoi brani…
C’è sempre un momento di pura poesia e ispirazione incontrollata, come dicevo prima. Poi però arriva una fase in cui tutto va ordinato, e lì viene in aiuto la componente più “razionale” della scrittura. È sempre una storia d’amore fra dionisiaco e apollineo.

 

Quali sono gli artisti che hanno più ispirato i tuoi lavori?
Bob Marley, Fabrizio De André, Wim Wenders, Chavela Vargas, Blind Willie Johnson, Fëdor Dostoevskij.

 

Quanto è vicina la tua Palermo al mondo che canti e descrivi nelle liriche?
La presenza di Palermo è difficile da vedere in maniera chiara, perché non la cito quasi mai. Eppure è sempre lì, è il filo rosso che collega tutto: questa città che ha un’anima e una psicologia che la rendono più simile a un essere umano che a un luogo, questo disastro che non esaurisce mai la sua forza creativa, quest’aria che profuma di Mar Mediterraneo e di un senso di colpa che assomiglia a un peccato originale. C’è qualcosa di questo in ogni mia canzone.

 

Solo pochi mesi fa avevi omaggiato Chavela Vargas, traducendo e riproponendo i suoi brani insieme a Dimartino nell’album “Un mondo raro”. Cosa ti piace di questa grande artista? Com’è stato lavorare insieme a Di Martino?
Con Antonio siamo amici da tantissimi anni, è stato un divertimento, e anche un modo di incontrarsi artisticamente per noi due che facciamo due tipi di musica tanto diversi. Chavela mi ossessiona da più di dieci anni, una volta provai anche a incontrarla e non ci riuscii perché quel pomeriggio non poteva interrompere la sua conversazione con la montagna sacra a cui si era votata. Questa cantante-sciamana, che a me piace definire l’Edith Piaf messicana, mi ha aperto l’orizzonte del significato di “interpretazione”, con lei ho capito che sul palco bisogna fare un corto circuito fra gli angoli più nascosti della propria anima e l’emissione della propria voce, in una sorta di rito che diventa un processo creativo che si rinnova ogni sera. È la ricerca del “duende”.

 

Abbiamo letto al momento, di sole date in Belgio, Olanda e Inghilterra…a quando in Italia?
In primavera! Prima dovrò andare in Spagna e in USA a presentare il mio disco. La prima data italiana sarà a Milano il 4 aprile, al Campo Teatrale, presto annunceremo tutte le altre.

 

Redazione

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