71 ANNI E NON SENTIRLI: BUON COMPLEANNO 33 GIRI!

A cura di Francesca Lotti

Da piccoli, li vedevamo nelle librerie dei nostri genitori e nelle cantine, oggetti mistici e misteriosi. Tenuti in vita grazie ai DJs di tutto il mondo, sono poi lentamente ricomparsi: i magici vinili, l’unico supporto analogico che sembra non invecchiare mai, al contrario di nastri e compact disc. Ma quando sono nati?

È il 1948 e nel mondo avvengono cambiamenti epocali: entra in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana, prende avvio il Piano Marshall, ha origine l’Unione Europea.

Ma per gli amanti della musica, il 21 giugno di quell’anno succede qualcosa di davvero straordinario: al Waldorf-Astoria Hotel di New York, la Columbia Records tiene una conferenza stampa dal titolo “New recording configuration”.

Si tratta del “Long-Playing Microgroove Record” o più semplicemente LP: un nuovo supporto in vinile inciso tramite microsolco e che permetterà di registrare fino a 25 minuti di musica.

In realtà, il primo supporto a 33 giri (e mezzo) della storia era stato la Quinta sinfonia di Ludwig Van Beethoven, distribuito nel 1931 dalla casa discografica RCA-Victor. Ma la Columbia – oltre ad una tecnologia di incisione più avanzata – seppe impiegare anche una strategia di marketing vincente, vendendo giradischi ad un prezzo conveniente così da convertire i consumatori a questo formato.

La risposta di RCA-Victor a Columbia Records non si fece attendere, e nel 1949 lanciò sul mercato un disco in vinile, anch’esso lavorato a microsolco ma stavolta a 45 giri e di dimensioni minori (circa 18 cm di diametro). Il Long-playing era destinato però a diventare il formato di riferimento degli album in vinile, mentre il 45 giri – potendo contenere pochi minuti di incisione – offrivano il supporto ideale per i singoli del nascente pop.

30 anni dopo, agli inizi degli anni ’80, il vinile toccò il suo momento più alto, con quasi un miliardo di dischi venduti.

Nel frattempo, nel 1979 era stato progettato il Compact Disc nella forma in cui lo conosciamo oggi.

Il resto è storia nota: dopo un periodo di crisi in cui l’epoca del vinile sembrava destinava a tramontare, oggi il mercato sta tornando a crescere, e colossi come Sony sono tornati a produrlo.

Ma, nell’era della musica a portata di click, ha ancora senso scegliere un supporto analogico, ingombrante, costoso e non portatile?

Sì, ma diciamolo una volta per tutti: non si sceglie il vinile per la qualità del suono, quanto per il fascino che è in grado di esercitare, per la gestualità rituale e l’assoluto rispetto che ne accompagnano ogni azione, dall’acquisto all’ascolto.

In un bellissimo articolo uscito su Internazionale, Tracey Thorn scriveva che “Posare il disco sul piatto di un giradischi e abbassare la puntina è un gesto reverenziale”, e non c’è niente di più vero.

Ascoltare musica da vinile vuol dire anche dedicarle tempo: niente premi avanti/indietro in modo compulsivo, niente riproduzione casuale. Significa scegliere attentamente, rovistando per ore tra bancarelle e negozi, passando le dita su centinaia di copertine impolverate.

Dedicarle spazio: gli appassionati conoscono il piacere di contemplare la propria collezione di dischi sulle mensole, osservare le copertine e sentire quell’odore di storie che si portano dietro (chi ha ereditato vecchi vinili potrà capire).

E sì, oltre alla loro valenza estetica, ha ancora senso acquistarli: se la musica è qualcosa di estremamente effimero, i dischi diventano un modo per catturarla e riconoscerne un valore tangibile che, ahimè, nell’era dello streaming si tende a dimenticare.

 

Happy birthday, 33 giri.

 

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