My kind of Man: Mac DeMarco è (ancora) il compagno di bevute che tutti vorremmo

A cura di Francesca Lotti

 

“Come non lo conosci? Ma dai, è quello che a Pittsburg è salito sul palco e si è scolato tutta una bottiglia di Whisky!”

Il mio primo approccio con Mac DeMarco era stato questo, ormai un po’ di tempo fa, e se non lo conoscete ne sarete anche voi quantomeno incuriositi. 

 

Ieri sera il ragazzo canadese ha fatto tappa col suo tour al Circolo Magnolia di Milano per presentare il suo ultimo album, Here Comes the Cowboy, uscito il 10 maggio per Mac’s Record Label: ecco cos’è successo.

Divisa inconfondibile, con l’immancabile cappellino da baseball e una t-shirt sgualcita, Mac sale su palco decisamente spoglio e privo di fronzoli, giocando col microfono come un lazzo e regalando subito al pubblico On The Level. 

Tutt’intorno una massa di corpi sudati tra cui spunta chi ascolta Mac con gli occhi chiusi e un sorriso estatico stampato in faccia e chi rimane ipnotizzato con lo sguardo fisso sul palco per non perdersi neanche un gesto, tutti comunque subito riuniti dal coro generale su Nobody

Nel mentre che continua a trastullarsi col microfono, decide di farne una corda per saltare sulle note di My Old Man: eccola, quell’irriducibile attitudine di ragazzo che non si prende mai troppo sul serio. Si susseguono brani dell’ultimo album alternati a pezzi ormai culto, tra love ballads acustiche e i boogie di Choo Choo, fino agli estratti di This Old Dog.

“I’d like to think that is sexy, sexy song”, grida DeMarco barcollante dal palco mentre intona un altro grande classico, Another One. Sigaretta in bocca e accendino alla mano e ordina: “Get them up motherfuckers!”, ed ecco che il Magnolia diventa un mare di lucine accese e braccia ondeggianti, magia che si ripete ovviamente anche con My Kind of Woman.

Altro giro, altra corsa. Ovvero altro brano, altra sigaretta, non prima di aver commentato prima divertito la location: You know, are very close to the airport!”

Segue un racconto un po’ appannato ma che si porta inevitabilmente dietro una risata collettiva, quello della prima volta che è stato in tour a Milano e ha mangiato uno dei migliori panini della sua vita

“really, the best sandwich of my life, I remember even if I was pretty drunk. Maybe Salmonella? […] We are gonna figure this out later”.

Mac, a nome di tutti noi che schimichiamo post concerto: prossima volta panino con la salamella (salmonella parrebbe un po’ troppo hardcore) tutti insieme?

A questo punto, (non troppo) inaspettatamente Mac DeMarco si distende a lato del palco, mentre Andy (uno dei membri della band, tutti presentati da Mac all’inizio del concerto come se ci facesse conoscere i suoi migliori amici) con capello lungo biondo e petto nudo che Iggy Pop scansate, attacca con tre pezzi super rocckettari. Alla fine, se ne escono tutti dal palco e come prevedibile scatenano un “Se non metti l’ultimo noi non ce ne andiamo”, must di ogni pubblico italiano. 

In risposta, ci canta un pezzo lento a condizione che ci mettiamo tutti seduti per terra. Ci si ritrova gli uni sopra gli altri intenti ad assaporare quelle ultime note malinconiche e un po’ alcoliche di commiato con Watching Him Fade Away: “And even though we barely know each other, It still hurts watching him fade way, watching him fade way”.

Tra un pezzo e l’altro, Mac e i suoi si parlano, cazzeggiano, fumano. 

A tratti la sensazione è un po’ quella di assistere alle prove di un gruppo di adolescenti, poi d’improvviso i pezzi più maturi e più nostalgici ti catapultano in un bar con le luci soffuse a consumare una birra dopo l’altra con gli amici di sempre, barcollanti ma felici.   

Da indisciplinato a ribelle, autoironico sempre, alla soglia dei 30 anni Mac DeMarco ci regala un live forse più pacato di certi concerti storici, ma sempre sognante e con quel retrogusto alcolico rassicurante.

Grazie Mac, you really are our kind of man.

 

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