Da “Noccioline” a Diletta Leotta

A cura di Michele Stalteri

 

Bologna, 31/08…38 gradi all’ombra. Sono in casa senza nulla da fare e faccio quello che fanno tutti nel weekend quando le ferie sono finite e il campionato di calcio non è ancora decollato…sfoglio Instagram in cerca di informazioni sui concerti, di qualche meme irriverente e, se tutto va bene, di qualche coscia abbronzata che male non fa.

Mi casca l’occhio su una “storia” di Diletta Leotta

Location: Concerto non meglio identificato, ovviamente in area riservata (oltre le transenne antipanico che separano il popolo dall’elite).

Special guest: due amiche della suddetta Diletta 

Plot: cantare abbracciate 

Mi fermo ad ascoltare, certo di riconoscere prima o poi note e parole di un Cremonini, un Jovanotti o al massimo un Tommaso Paradiso impomatato e senza voce.

Invece no… dalle casse ormai logore del mio iphone 6s esce una voce amica. Una voce che mi ha colpito ormai qualche anno fa con frasi ad effetto tipo “ho detto famo aperitivo ho preso tre bire, e tu sorridi sempre ma si vede che t’annoi noi che veniamo male in tutte le polaroid, un SUV un Casamonica la paga è sempre modica”.

Rimango un attimo spiazzato, guardo bene, mi dico: saranno le registrazioni di “tale e quale show”. Tra un po’ esce Carlo Conti e dirà che sotto il trucco c’è Claudio Lippi o Costantino Vitaliano.

Invece no, era proprio lui: Franco 126.

Per inciso, non nutro rancori nei confronti di Diletta Leotta. La reputo una ragazza intelligente, calcisticamente preparata e gnocca da paura, ma nella mia testa rappresenta il mainstream per eccellenza.  Un Pippo Baudo con i tacchi a spillo. 

Allora mi torna in testa il solito ragionamento che mi ronza in testa ogni volta che vedo gli Zen Circus a Sanremo, Willy Peyote a “Quelli che il Calcio” o Lodo Guenzi a X Factor.

È il mainstream che sta andando verso il mondo alternativo o il mondo alternativo si sta rammollendo e sta strizzando l’occhio a quel mondo pop che tanto piace alle radio?

Non conosco la risposta, ma provo ad indagare. Forse oggi le informazioni e le comunicazioni viaggiano più in fretta. 20 anni fa ad Ardore Marina (RC) anche MTV sembrava una cosa rivoluzionaria, oggi il mondo gira diversamente e i canali di informazione sono (per fortuna/purtroppo) infiniti. Quindi forse è giusto che le produzioni indipendenti arrivino al grande pubblico così come è giusto che ogni artista abbia un’evoluzione e che la musica segua un proprio percorso. 

Ma, è vera evoluzione? O è una scusa per scrivere quello che le radio vogliono sentire, vendere qualche disco in più, fare l’opinionista a buona domenica e magari ritagliarsi un futuro da naufrago all’isola dei famosi?

Provo a buttare giù delle considerazioni, quelle che discuto con i colleghi durante la pausa caffè.

Il mio discorso forse sarà superficiale e toccherà soltanto il periodo che io ho vissuto con maggiore intensità dal punto di vista personale ovvero il periodo dai primi anni 2000 ad oggi.

I primi anni 2000, per quanto riguarda la scena musicale italiana, erano stradominati dal pop.

Poche mosche bianche riuscivano a farsi strada e a sfondare ma tanti rimanevano sottotraccia.

Baustelle, Afterhours o Marlene Kuntz erano già realtà che riuscivano a farsi, fragorosamente ma faticosamente, strada e catturavano un pubblico molto ampio ma, dal punto di vista delle vendite, impallidivano di fronte a Max Pezzali o Biagio Antonacci.

Negli anni, alcuni coraggiosi tentativi di sdoganare il panorama indie e di portarlo al grande pubblico ci sono stati.

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La presenza a Sanremo degli Afterhours e la successiva pubblicazione dell’album il Paese è reale (selezione di tracce di una ventina di diversi artisti alternativi definito dallo stesso Agnelli un modo per far conoscere a un pubblico più vasto l’esistenza di una scena fertile e ricchissima di talento) è stato un progetto di qualità che tuttavia non ha avuto il successo meritato.

Al concerto del I Maggio 2009 artisti come Marta sui Tubi, Dente, Roberto Angelini, Cesare Basile, Paolo Benvegnù e Beatrice Antolini (gente tosta, non gli ultimi arrivati) per avere un po’ di visibilità si sono dovuti esibire come superband indie in un unico slot nell’interminabile line up sindacale tra i fischi e le urla dei fan di Vasco che aspettavano trepidantemente (e maleducatamente) il proprio idolo.

Solo su piattaforme più nascoste (i compianti lastfm e myspace) e nei piccoli club si potevano scoprire, Dente, le Luci della Centrale elettrica, Babalot, Artemoltobuffa, Non voglio che Clara, Amor fou, Beatrice Antolini, My Awesome Mixtape, Nobraino o gli Amari (solo per citarne alcuni).

Musica di qualità, bei testi e spesso concerti semivuoti. 

Anche un top player come Dario Brunori a Bologna (non ad Ardore Marina) nel 2009 metteva insieme poche decine di persone in un cinema parrocchiale usato come teatro.

Tutto questo però era accettato. Non si sognava di riempire l’Arena di Verona o San Siro.

O meglio, forse si sognava ma con la presunzione di dire: o li riempio come dico io o che vengano riempiti da Jovanotti , Ligabue e Vasco.

Insomma, il movimento c’era ma bisogna avere pazienza.

Oggi sembra che la pazienza sia finita per tutti.  Una vita in vacanza, Riccione, Oroscopo e così via…

Si sceglie la strada più breve, testi orecchiabili, musica piaciona e si fa all in come al tavolo verde.

È diventato tutto accettabile, si accetta addirittura che la strada giusta possa essere xfactor (giusto Lodo? Giusto Manuel?).

Quello che ti fa incazzare è proprio questo.

Manuel Agnelli è consapevole del talento che esiste e continua ad esistere nella scena alternativa ma, durante la sua permanenza a X Factor, lo ha volutamente ignorato, neanche minimamente considerato ( una canzone, una collaborazione, un accenno…non si è visto niente!).

 

Si accetta di presentarsi a Sanremo (non con un progetto, vedi il succitato Manuel) ma per una democratica idea che prevede che sia giusto arrivare (come avrebbe detto Simona Ventura) alla casalinga annoiata o al tamarro di perfieria (cit).

Eh no! La casalinga annoiata e il tamarro di periferia hanno già Giusy Ferreri e the Kolors.

Lasciateci per favore un po’ di musica di qualità, un po’ di cantautorato. Se poi la casalinga o il tamarro si adeguano, bene, altrimenti che rimangano con Giusy e quell’altro con i capelli colorati e le ali di gabbiano.

Che ci sia un nuovo Dente, un nuovo Brunori, un nuovo Alessandro Raina o un nuovo Fabio De Min.

Probabilmente se Alessandro Raina avesse scritto Riccione per sé e non per i Thegironalisti oggi gli Amor Fou sarebbero ancora sulla cresta dell’onda e Tommaso Paradiso ancora nei Thegiornalisti.. 

Ma non lo ha fatto e oggi per ascoltare “La stagione del cannibale” devi andare su Youtube (vi consiglio di vedere i video di quel genio che ha montato la musica su film d’autore…poetico) così come per i primi album dei Non voglio che clara, di cui su spotify non c’è traccia.

Personalmente ho molta stima per questa scelta, giusta o sbagliata che sia.

Non ho stima per chi non ha più la voglia e la forza di seguire la propria strada, per quanto accidentata possa essere.

Questa necessità di sovraesposizione non mi piace.

Capisco che per un artista comunicare sia fondamentale, ma fare breccia con un tormentone per poi essere dappertutto con un libro, un fumetto, un dee jay set, la colonna sonora della nutella o una lectio magistralis per mettere in tasca un gettone di presenza, un po’ mi rattrista.

Non voglio dire che guadagnare sia negativo, ognuno di noi lavora per guadagnare e guadagna per vivere.

Ma non per forza bisogna straguadagnare, strasfondare. Non dobbiamo girare tutti in Ferrari!

Facciamo sedimentare le idee, produrre poco ma bene e proviamo a puntare alla qualità più che al disco di platino.

Ho scritto troppo, mi sono perso, torno su instagram…Diletta ha pubblicato una nuova storia.

 

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