L’uomo nero (non-recensione di Ghosteen, il nuovo album di Nick Cave)

di Antonio Bastanza

GHOSTEEN

Nick Cave and the Bad Seeds

Tracklist

Part 1
1. The Spinning Song
2. Bright Horses
3. Waiting For You
4. Night Raid
5. Sun Forest
6. Galleon Ship
7. Ghosteen
8. Speaks Leviathan

Part 2
1. Ghosteen
2. Fireflies
3. Hollywood

L’uomo nero è davanti a me, con il suo vestito elegante dei giorni di festa, i capelli impomatati e lo sguardo dritto verso il mio.
La notte è piena, le luci spente, il tempo immobile.
Da quanto sono qui? Come ci sono arrivato, cosa mi ha portato su questa strada fatta di polvere e fango, sassi irregolari e taglienti come lame di coltelli arrugginito, erba secca che profuma di elicriso?
L’uomo nero è qui, le sue movenze sono dense come il miele che cola da un cucchiaio, leggere come quel primo bacio mai dato.
Mi aspetta con le braccia tese e le mani che rivolte verso di me, in un invito a seguirlo.
“Puoi sentire il battito del mio cuore?”
Guido verso di lui, verso Geneva, Wanagatta, Berlino, verso l’apocalisse, i giorni di pioggia, le lacrime di un uomo disperso, verso un Dio che non mi ama, verso la redenzione, giù verso gli inferi in cui ho trasformato la mia stessa esistenza.
Lo scorgo lungo il bordo della strada sorridere amaramente verso di me, con le fattezze di Jack lo Squartatore.
Ha una ferita nel centro del petto, all’altezza del cuore da cui sgorga sangue nero come inchiostro, come la pece, come il cielo in una notte alla fine del mondo.
L’uomo nero mi si para davanti, stringe nei denti brandelli della mia carne viva, della mia anima in cancrena, del ricordo di quello che ero.
La sua camicia sgualcita è sporca di sangue, rivoli di lacrime segnano il suo viso mentre tende il palmo della sua mano verso di me.
“Puoi sentire il battito del mio cuore? ”
Prende la mia mano e la stringe, mi attira a se e mi trascina in un vortice di suono e dolore, di grida e risate di demoni in festa, di odori sulfurei, di lavanda, del dopobarba di mio padre e del profumo della cucina nei giorni di festa.
Come in un sabba mi ritrovo nudo e immerso in un mare di mille e mille spiriti persi, stipati in una fossa mentre lui sale sul bordo e ci guarda dall’alto.
Si avvicina il suo compare, la barba lunga e ispida, gli occhi coperti da occhiali neri a goccia, un violino di legno fradicio e un archetto spezzato tra le mani.
Lo porta sulla sua spalla e inizia a suonare una nenia lancinante e distorta, mentre le labbra dell’uomo nero si muovono dipingendo parole che raccontano di un viaggio alla fine del cielo.
Gli spiriti persi urlano più forte a ogni suo gesto, lo seguono implorando il suo sguardo, il conforto, un’assoluzione per i tutti quei peccati che non confesseranno mai e che, in ogni caso, nessuno a parte lui potrà mai dare loro.
L’uomo nero mi guarda dall’alto, si allunga verso di me e con la sua mano accarezza il mio viso.
Il tempo sospeso, il suo sguardo fermo: lui col vestito dei giorni di festa, io con quello del funerale di mio padre.
Tutto attorno un nero deserto.
Mi sorride e mi chiede “Sei tu l’uomo nero?”.
I suoi occhi sono fermi nei miei, tutto attorno il vociare si ferma.
“Si che lo sei”.
“Fammi uscire da qui, Ho bisogno di sanguinare per sentirmi vivo.”
Mi tira su, sul bordo della fossa, via dagli spiriti persi.
Tutto attorno solo sabbia e cumuli di rami secchi che bruciano, lui davanti a me.
Mi fa salire sulla sua auto, dietro, mentre il suo socio si mette alla guida.
Giorni e giorni di viaggio, sete, un senso di inquietudine che man mano che andiamo diventa tranquillità:
Arriviamo a Tupelo, in giro c’è solo il fantasma di Elvis e pellerossa che preparano una danza di guerra.
L’uomo nero ha lo sguardo fisso oltre il finestrino abbassato.
La sua voce oscura rompe il silenzio attorno.
“Chi è l’uomo nella mia auto?”.
“Io sono io, l’uomo sbagliato. Amo sporcarmi le mani di fango, non disdegno lo scendere in guerra per i motivi sbagliati. Lottare contro certi scheletri nell’armadio mi rende forte delle mie insicurezze..”
“Perché sei qui?”
“Perché odio il mio essere umano. E l’attrazione che ha il male su di me”
L’uomo nero mi apre la portiera e mi scaraventato giù.
Perdo i sensi e mi risveglio solo per il profondo odore di zolfo e una musica nera come la pece.
Vedo una miriade di anime fiammegganti davanti a me urlare, agitarsi davanti a lui, al ritmo ipnotico di un blues malato.
Cerco il suo sguardo e lui il mio.
La musica attorno si ferma, gli spiriti tacciono e la sua mano mi invita a navigare tra le anime e salire sull’altare ligneo da cui mi osserva.
“Sei tu l’uomo nero?” mi dice ancora prima che tutto attorno a me inizi a girare vorticosamente mentre i miei sensi si affievoliscono fino ad abbandonarmi.

Mi risveglio sudato, su una panchina ai margini di una strada fatta di polvere e fango, una strada che sa di ricordi e di un insopportabile senso di inquietudine, quasi come il caldo che mi secca la gola.
Da lontano il rumore sferragliante di un’auto che deve aver vissuto tempi migliori mi spinge a mettermi in piedi. L’auto arriva immersa in una nube di terra e fumo nero che esce dalla marmitta.
Il conducente si ferma giusto davanti a me, abbassa il finestrino e mi fissa con i suoi occhi neri, la barba lunga e ispida e mi fa cenno di salire.
“Si che lo sei”

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