SCUM: super rock potentissimo a Cosenza

a cura di Francesca Ciardullo
foto di Sonia Golemme

 

È difficile fare una classica recensione su SCUM per lettori che non fossero presenti al debutto, uno perchè il set è esploso in un tumulto emotivo destinato a durare per diversi giorni a venire, due perchè di classico e puro in SCUM c’è ben poco.

SCUM è un forziere di contenuti, preleva i suoi componenti dal rock che fu (Silvio Perri ex Miss Fraulein, Antonio Foglia ex White Socks), li mescola a personaggi “à la page” del panorama locale (Francesco Clarizio già Artico, Giuseppe Mazzuca già Euthymia e Francesco Procopio già Them), e ci ricorda che l’arte non è per forza questione di aderenza a un genere quanto di identità e personalità.

La location è giusta, siamo ai “Bocs Art”, tra un fiume e gli alberi, in quella parte vecchia di Cosenza che torna a vivere grazie ad “Aghia Sophia Fest 4”.

Il live si apre con una versione a cappella di “Get happy”, e tra il nonsense che richiama alla memoria la bella e dannata Judy Garland e l’ironia sinistra che ci fa piombare a Twin Peaks, si intuisce subito che avremo a che fare con qualcosa di fico.

L’opener “Fake bones” non disattende le aspettative: il piglio del cantato, la melodia e i riff del duo chitarristico fanno quasi pensare alla colonna sonora di un film western.

Poi “The street of no return”,“I’ll kill You”: un gioco di commistioni di stoner e grunge che fa venire voglia di rimettere su quel disco dei Queens of the Stone Age o di indossare una vecchia camicia di flanella. Con “Days” e “Sorry” lo spettro di influenze si allarga ulteriormente e va puntando al post-punk contemporaneo, richiamando alla mente suggestioni alla “Fontaines D.C.”.

Il  trademark di SCUM gira attorno alla presenza scenica di Tony, capace di portare nello stile del gruppo anche un’attitudine vagamente hip hop che trova sfogo in pezzi come “Bullshit” in cui la strofa non è tipicamente rappata ma ricorda una declamazione o una spoken word: “I don’t know if you’re right/ but I still try to follow you/ but you’re running fast”.

Colpisce la ricerca nei testi, ricchi di metafore che immortalano l’espressione profonda della condizione umana e che disvelano la nostra epoca come una ribalta di solitudini, disagio emotivo e vuoti da colmare. “Scum” infatti risponde letteralmente al nome di ”feccia” e, a detta della band, “è un prepotente concetto di instabilità, nato da una sensazione di consapevolezza del disagio nei confronti di ciò che è marcio”.

Non ci sono molte cose che accadono per caso sul palco, l’intero live porta dentro di sé i segni dell’esperienza dei componenti della band. Tutto appare ragionato ma mai didascalico: la semplice bellezza delle canzoni, i ritornelli che rimangono impressi nelle orecchie dal primo ascolto.

Ogni dettaglio on stage, nel caso SCUM, non sembra essere una frivolezza. Fra cappellini, tagli di capelli iconici, camicie eclettiche e autoreferenziali, a special mention must go to the style: freschissimo! Debordante anche lo spirito con cui la band vive lo show: sorrisi, sguardi d’intesa, perfino un bacio.

Qualche spettatore particolarmente giovane ha legittimamente definito l’esordio di SCUM “super rock potentissimo”. Noi rimaniamo impazienti in attesa di un altro super potentissimo esordio: quello sul mercato discografico.

 

 

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