Tutte le sindromi hanno una cura? A tu per tu con Willie Peyote

A cura di Fiorella Todisco

© Romina Zago

 

In occasione del Filagosto 2018 abbiamo intervistato il rapper torinese Willie Peyote, scelto quest’anno per aprire la sedicesima edizione dell’evento musicale.

Di te si può dire che tu sia un rapper che ama percorrere territori musicali apparentemente distanti da quello che è il tuo genere di riferimento, un approccio che mi sembra molto libero e privo di schemi. Com’è nato il tuo modo di fare musica?
Guarda, io credo che non si debba reputare il rap un genere a compatimenti stagni. Il rap nasce mischiando diversi generi di default dal campionamento di dischi, di conseguenza non può essere rinchiuso in canoni ben specifici, come forse si può fare con l’hip hop. Se pensi a Run DMC con gli Aerosmith era già cross-over ed era l’inizio del rap. In realtà è un errore che facciamo noi in Italia che siamo abituati ad un certo unico tipo di rap, ma in America, ad esempio, non è così. Semplicemente la musica nasce dalle esperienze che fai, io ho ascoltato tanta musica diversa, come anche le persone che lavorano con me, quindi mettiamo dentro tutto quello che abbiamo ascoltato nella nostra vita.

© Gloria Imbrogno

 

 

 

 

Nel tuo ultimo disco, La sindrome di Toret, ci sono anche due inserti di due stand up comedian. Mi sembra una scelta particolare, ma vicina al tuo modo di scrivere. Non vorrai anche tu cimentarti in queste cose?
No adesso non è il caso, le cose vanno fatto quando si è in grado di farle e bisogna farle bene. Al momento mi occupo di fare musica, poi se un giorno scriverò un monologo decente magari ci penserò… la satira e la comicità lasciamole ai comici!

 

La sindrome di Töret che descrivi nel tuo disco è una malattia che ognuno di noi può diagnosticare ogni giorno, specialmente navigando nei social. A quasi un anno di uscita dall’album, sei riuscito a trovare una cura alla sindrome?
No, non c’è cura, ci sono malattie che non hanno una cura, possono avere dei palliativi. Puoi imparare a convivere, ad esempio, con il diabete, ma non ti passerà mai. La sindrome che abbiamo non ci passerà mai, possiamo imparare a gestirla, ma fondamentalmente parleremo tutti a vanvera come sempre è stato. Adesso si nota di più solo grazie ai social che ti permettono di entrare a contatto con persone lontanissime, ma nei bar di paese si sono sempre dette un sacco di stronzate, eh!

© Silvia Rivetti

 Il fatto che alcune band provenienti dalla scena indie stiano calcando palcoscenici impensabili fino a 5/6 anni fa può portare a minare un po’ quell’affiatamento da “siamo tutti nella stessa barca”? In altre parole, può la disparità di successo di pubblico ridurre l’affiatamento fra gli artisti?
Guarda, dell’affiatamento con gli altri, in sé per sé, non me ne frega un cazzo. Ci sono artisti con cui vado d’accordo, ma con cui non ho affiatamento artistico perché non ne apprezzo così profondamente la musica, ma in fondo ognuno è libero di fare quello che vuole. Il pubblico decide, quella è la Cassazione.

 

Come vedi la scena rap/trap italiana? Non ti sembra che in virtù della moda del momento venga promossa, anche attraverso uffici stampa e booking importanti, molta robaccia dal basso contenuto artistico, sia nelle musiche che nei testi?
Guarda, non sono io a decidere cosa deve ascoltare il pubblico e quindi il successo degli altri. Parlando di me, io offro una proposta coerente con quello che sono io.
Non ci possiamo lamentare della scarsa proposta che c’è in Italia se non creiamo una valida alternativa. C’è chi ha tante cose da dire e dimostra un’attitudine giusta nei confronti della musica, mentre ci sono altri che la fanno solo perché va di moda e quindi non meritano un cazzo. Però questo vale per tutti i contesti della vita, chiaramente: se fai una cosa con consapevolezza, non mi interessa che genere fai.. tutto deve essere analizzato senza pregiudizi. Ad esempio, non pongo da prevenuto nei confronti della trap, magari non è il mio genere perché non la conosco, perché sono troppo vecchio. C’è chi ha delle cose da dire e lo fa bene e chi no, tutto qua.

© Matteo Leonardi

Sei uno dei protagonisti di numerosi Festival estivi, in Italia e anche all’estero. In virtù di questo volevo sapere quanto è importante per te avere la possibilità di incontrare altri artisti, mescolare influenze e contaminare il proprio stile, respirare un’energia comune che si unisce a quella del pubblico?
Sai, io non collaboro con artisti con cui non ho anche un rapporto umano, quindi mi incrocio, più o meno, sempre con gli stessi. Per il genere che facciamo ci mettono sempre insieme con Frah Quintale, Coma-Cose, quindi condivido il palco sempre con le stesse persone ed, infondo, ci conoscevamo già prima che la nostra musica funzionasse. Lo abbiamo sempre fatto, solo che nessuno se ne accorgeva.

 

Toglimi una curiosità: ti senti più rap o più indie?
Ma sai, ormai l’indie non è un genere musicale: si può pensare all’indie con Calcutta, Motta, Coez perché è solo un modo di narrare alla società, prendendo spunto dalla musica leggera italiana e rielaborandola in chiave attuale. Penso all’indie, piuttosto, come un momento storico.

 

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