Pat Atho: la classe lavoratrice canta la sua storia a Cosenza

Parole e foto di Alessandro Aloe (Moriarty)

È il 10 Giugno, una giornata calda a sud, di quelle che ti fanno pulsare le tempie. Pat Atho è seduto sul palco dello Spazio Anarchico L’unanera, accorda la sua chitarra, con calma e mano ferma, come solo un esperto artigiano che riesce a calibrare e curare i suoi attrezzi. Le luci sono spente, tranne il riflettore che è puntato su di lui che, con un gesto sicuro, sposta la mano dalle meccaniche dello strumento, alza lo sguardo, si presenta e inizia a suonare. Canta “Zafferino”, come un fluido, la chitarra e la voce ci immergono nella sua musica e nel suo mondo, che dopo ogni nota e parola diventa anche il nostro. La canzone è un frammento di memoria che appartiene alla famiglia dell’autore, in altre parole è il dramma della morte cruenta del suo bisnonno, travolto e ucciso mentre tornava a casa dal lavoro. È una storia piccola, di gente comune, vicina a noi. La capacità di descrivere nel testo è molto elevata, raffinata ma diretta, è come un insieme di flashback di un evento, musicati con dolcezza, riecheggia la frase

“E poi flash corrono i titoli”.

Pat ha appena spianato la strada, ci addentriamo sempre di più nel suo mondo, fatto di storie piccole e grandi, quelle che ognuno di noi ha sentito e vissuto, “come quel giorno che ti trovavi in piazza in mezzo ad un enorme corteo o quella sera, che, disperato, ti sbronzavi per aver perso il lavoro”. Mentre medito su questo, sento intonare “Il vestito della festa”: è un pezzo molto intimo, con un tema comune a tanti. Lo sento vicino come le maschere che ho dovuto indossare, come un bel vestito per il giorno di festa, che funge da armatura e paravento, mentre sorridente mandi giù il tuo malessere e pensi: “o Dio questi vetri l’ho ingoiati”. Nella musica di Pat Atho è fortissima la vena cantautorale e la tradizione romana, fusi alle sonorità tipiche del folk italiano, ma a tratti anche straniero, spesso espressi in un modo ricercato (punto di forza dell’autore), ma diretto, che è cosa tipica della strada e del punk, cui il nostro musicista aderisce con altre formazioni musicali. Inaspettatamente durante il live la chitarra si fa più quieta e seria, il suo chiaroscuro sonoro è modulato intensamente, percepisco che arriverà un duro racconto.

“L’omicidio di Abd El Salam”, parla infatti di un lavoratore ucciso l’anno scorso in modo tremendo sul posto di lavoro, dai crumiri e dai padroni, di come il capitale chieda sempre le sue vittime sacrificali.

“Un uomo a terra e non c’è nessuna guerra”.

È sempre più evidente, Pat racconta spesso di vite ordinarie di provincia, ma a loro modo straordinarie come le nostre, ed è questo che ci fa identificare con la sua musica. Tocca di sovente i temi del lavoro, con i suoi momenti di solitudine e alienazione, con le sue difficoltà, con i suoi dispiaceri, come le mattine buie e grigie in cui diventa difficile alzarsi per andare a faticare, specialmente se non ami ciò che fai. Oppure dei momenti di nera disoccupazione e la voglia d’emigrare, che in questo caso sono scanditi nella folk e intensa “Statale bis”.

“Ogni tubo da saldare era un pezzo di pane”.

Nelle canzoni di Pat Atho si sente anche il peso della fatica, della delusione e della pressione del duro lavoro spesso inteso come galera, come ad esempio nella bellissima ballata “Longness”, dove la chitarra dà un substrato d’energia a frasi chiare, evocative, a tratti punk.

“Ho riempito botti con fiumi di sudore, la tua sete non asciuga mai”.

Pat Atho è un cantore della classe lavoratrice, delle sue difficoltà, della sue piccole e grandi storie, dei suoi desideri, del suo divenire e delle sue genti, sia con vicende di singoli ma anche con eventi di massa. Sul finire, dal palco il musicista esegue la bellissima “1904”, l’identità di classe è forte, in questa ballata incalzante descrive la sua terra, facendo rivivere intensamente i fatti diafani di quell’anno e l’epilogo drammatico del sangue sparso dai braccianti. È una vicenda di antichi soprusi che la gente come noi subisce da svariate generazioni da chi sta in vetta e dai loro servitori.

“Voleva lavorare senza più vergogna, fu accolto con il ferro dagli sbirri dei Torlonia!”.

Il concerto termina dopo alcuni bis richiesti a gran voce, in un’atmosfera molto conviviale, in cui bacco è presente. Siamo tutti appagati da questo eccezionale musicista e autore, ciò che è stato cantato è nostro, le atmosfere, le melodie, sono state intense, a volte malinconiche, ma piacevoli come quella malinconia di storie vissute, forti e vere, che ti fa stare bene e andare avanti con più consapevolezza e forza.

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