Melancholia. Galleggiando fra quello che sarebbe potuto essere e…quello che non è stato

A cura di Lara Pacis

Negli ultimi mesi di questo nefasto 2020 si è parlato molto di un trio musicale che con la sua apparizione ad X-Factor ha generato attorno a sé un discreto interesse: i Melancholia. Una formazione semplice (voce, chitarra e synth) al servizio di una miscela electronic-pop venata di sfumature vagamente punk-wave che, in Italia, non si era sentita da anni. Il tutto condito da una certa tecnica strumentale (specialmente per quel che riguarda la voce) ed una buona capacità di scrittura. I due brani inediti che hanno presentato nel corso del talent hanno colpito per la loro portata potenzialmente internazionale. Leòn non avrebbe sfigurato come bonus track in un disco dei Depeche Mode degli anni 90 mentre Alone, in quanto ad armonie e al mood generale del testo, strizza l’occhio ad alcune ballate della Bjork più pop era Post / Homogenic. Ad incrementare il mio potenziale interesse per questa giovane band di Foligno, un paio di cover – Grounds degli Idles e Bloodmoney di Poppy – eseguite, sempre all’interno di X-Factor, con un dignitosa originalità ed una buona qualità degli arrangiamenti. A dirla tutta, la versione “unplugged” di Grounds che la band ha presentato per Axa Unplugged è stata addirittura superiore alla versione presentata durante il live del talent show di Sky, ma questo è un altro discorso.

Sempre nel corso della trasmissione, dopo aver proposto le suddette cover (credo sconosciute alla maggior parte di quello che si presume essere lo zoccolo duro dei seguaci di X-Factor) il giudice della band Agnelli decide di farla confrontare con brani più noti di Eurythmics e Bjork e qui il confronto non regge. La voce di Benedetta comincia a far trapelare qualche limite e pure gli arrangiamenti non sono all’altezza delle precedenti esibizioni. Sì, il lavoro orchestrale su Hunter di Bjork è stato imponente, ma vorrei ricordare a tutti di ascoltare l’originale che, in quanto ad arrangiamenti, non teme rivali. Di fatto, anche se onestamente a sorpresa, la band viene eliminata dalla competizione. Tragedie, insurrezione del pubblico, polemiche fra i giudici. Teatrino.

Adesso ci ritroviamo tutti qui ad aspettare che i Melancholia reagiscano e comincino a programmare il loro percorso post X-Factor e, un po’ a sorpresa, lo fanno immediatamente pubblicando il loro nuovo lavoro “What Are You Afraid Of?”. Un disco con 9 brani che pare la band avesse avuto in cantiere da un bel po’ di tempo. Un disco dal quale mi aspettavo veramente molto ma che invece è risultato per me assai deludente. Fino al momento della pubblicazione pensavo che gli aspetti meno convincenti della band (la produzione e gli arrangiamenti), fossero dovuti al fatto che partecipare ad un talent show mainstream come X-Factor, li avesse costretti ad un compromesso. Li avesse portati ad “edulcorare” il loro vero sound in modo da renderlo più appetibile ad un pubblico generalista e decisamente meno avvezzo a certe sonorità. Sta di fatto che, al contrario, il disco post X-Factor dei Melancholia, risulta ancora più inoffensivo e blando di quel che ti aspetteresti da una proposta di un talent show. Una miscela completamente anonima di poppettino, rappettino, rockettino di nessuna rilevanza. Il potenziale c’è (specialmente per quel che riguarda la scrittura dei brani e la voce di Benedetta), ma tutto il resto è completamente sbagliato e trascina la band in un territorio che non è né carne né pesce. Mi spiego meglio…o almeno ci provo: al di lá dei due inediti già presentati ad X-Factor che, seppur buoni, soffrono di una totale carenza di sound designing, il resto del disco suona come la traccia dimostrativa di quelle incluse nei preset di una tastiera nuova. Fondamentalmente la versione piano-bar del genere che i Melancholia vorrebbero proporre. Se ti confronti con certo pop internazionale, non puoi prescindere dal livello di produzione che c’è in giro. Il rischio è quello di risultare una band amatoriale.

Escludendo i già noti Leon e Alone, gli unici due brani che mostrano un potenziale sono Venom e Cellar Door ma, ahimè, anche in questi casi il potenziale rimane per lo più inespresso. La proposta risulta fiacca, senza corpo e sembra soffrire tantissimo di una completa mancanza di produzione (ancora). Una produzione che nel caso dei Melancholia avrebbe veramente potuto fare la differenza. Venom è un pezzo che ricorda allo stesso tempo un certo pop bianco americano anni 90 in stile Gwen Stefani (le chitarrine in levare e il mood un po’ “rebel”) ed alcune armonie di bands electronic-pop nordiche tipo The Knife (specialmente per quel che riguarda la parte vocale) e Royksopp. Il problema è che, sempre a livello di produzione / arrangiamenti, manca la “patina” necessaria per essere il mainstream pop alla Stefani o il sound design più radicale e personale per rientrare nel pop elettronico / sperimentale della band di Karin Dreijer e simili. Cellar Door risulta leggermente migliore dal punto di vista del sound,  ma rimane comunque un brano poco incisivo, fiacco e senza la pienezza sonora necessaria per farlo risaltare come meriterebbe. Lo sforzo c’è, ma non è abbastanza. Il resto del disco è a mio avviso completamente irrilevante. Brani loffi, suoni elettronici molto basic e spesso onestamente cheap, mancanza di bassi con una certa profondità, la chitarra risulta assolutamente anonima (roba da concerto di Venditti).

So che tutto questo mio criticismo potrebbe suonare come esageratamente astioso ma nasconde, in realtà, una certa affezione per il trio di Foligno e sí, anche parecchia delusione. I Melancholia hanno un potenziale enorme, un potenziale di portata internazionale e per un certo momento mi hanno fatto sperare che, finalmente, anche in Italia ci potesse essere una realtà musicale più marcatamente “pop” che non fosse riducibile a fenomeni come i “bravi ragazzi Sanremesi”, a certo “indie” trito e ritrito oppure a tutta quella schiera di trappers de-noantri dei quali francamente non se ne può più. Invece no. Invece “What Are You Afraid Of?” risulta semplicemente insulso. Anche se in cantiere da diverso tempo, risulta un disco affrettato, immaturo e decisamente incompleto. Niente più che una demo (e neanche fatta troppo bene) da spedire ad un produttore. Ora, non so se il problema qui sia la mancanza di punti di riferimento culturali della band o l’incapacità dei produttori coinvolti ma ho la sensazione che purtroppo sia una combo delle due cose. Di fatto, da una band di potenziale levatura internazionale, i Melancholia rischiano di trasformarsi semplicemente in dei qualsiasi “wannabe” un po’ provinciali. Per adesso non mollo le mie speranze e spero che i Melancholia riescano in futuro a mettere a fuoco i propri punti di forza e le proprie carenze facendo scelte più decise e, perché no, anche più radicali. La stoffa c’è.

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