Un’estate berlinese: Zamboni e la sua Sonata a Kreuzberg

A cura di: Antonio Bastanza

MASSIMO ZAMBONI
con ANGELA BARALDI e CRISTIANO ROVERSI

 

SONATA A KREUZBERG


(Contempo Records)

 

Tracklist

1) Unterwegs (inedito: Cristiano Roversi)
2) Alabama song (Weill – Brecht)
3) Ein dunkel Herr (inedito: Massimo Zamboni)
4) Der Räuber und der Prinz (D.A.F.)
5) In the garden (Einstürzende Neubauten)
6) Afraid (Nico)
7) Paul ist tot (Fehlfarben)
8) Bette Davis eyes (Kim Carnes)
9) Hundsgemein (Ideal)
10) Kebab Träume (D.A.F.)
11) Berlin (Lou Reed)
12) Superfly (inedito: Cristiano Roversi)

Colonna sonora dello spettacolo teatrale Nessuna voce dentro – Berlino millenovecentottantuno, tratto dall’omonimo romanzo di Zamboni pubblicato da Einaudi nel 2017, Sonata a Kreuzberg raccoglie e rielabora, in una forma completamente nuova, alcuni brani dell’inizio degli anni ’80, più o meno noti ma tutti egualmente significativi, ai quali si aggiungono quattro brani inediti: due di Zamboni e due di Roversi.

Zamboni nel 1981 ha 24 anni e, come tanti suoi coetanei, è in cerca di se mentre Berlino è sempre Berlino, intensa e fragile, sospesa tra presente e passato, ignara di un futuro che da li a un decennio la cambierà profondamente.

Sonata a Kreuzberg  è una “guida sonora alla citta delle macerie”, a quella città schiacciata dal ricordo della II guerra mondiale, paralizzata dall’incubo totalitario della DDR e della Guerra Fredda ma che tuttavia era diventata nel corso degli anni, la vera capitale della creatività più radicale, della controcultura e della musica più innovativa, molto più di metropoli traboccanti di energia, ma fors prigioniere di un retaggio che ne condizionava l’espressività nelle forme più libere ed estreme come Parigi o New York.
Che oggi non sia più così, o almeno in maniera così marcata, è evidente ai più: Sonata è quindi prevalentemente un atto d’amore verso la giovinezza, verso il percorso di crescita che il 21enne Zamboni e tutta la sua generazione hanno affrontato e vissuto fino in fondo, un atto d’amore verso luoghi come il quartiere occidentale di Kreuzberg, luogo glorioso di residenza di migliaia di Hausbesetzer, gli occupanti di case che in quegli anni di Muro hanno dato un volto umano alla città.

Per realizzare quello che è un affresco generazionale emozionante e intenso, Zamboni ha chiamato a collaborare due grandi artisti e suoi storici compagni di palco: Cristiano Roversi, al pianoforte e alle ritmiche, e Angela Baraldi, una delle cantanti italiane più sottovalutate, alla voce.

Ad aprire e chiudere il disco sono due brani inediti, lo strumentale Unterwegs, composto da Roversi e pieno di suggestioni elettroniche secche e minimali, e La città imperiale, scritto da Zamboni, in cui la Baraldi descrive con passione e malinconia le istantanee di una città divisa, da un muro reale, che non esiste più da anni, e da un muro umano, che, in maniera via via diversa, continua a essere presente nella quotidianità dei berlinesi. Lo stesso muro che nella copertina, una foto dello stesso Zamboni risalente al 1981, si pone davanti a un elefante colorato del tipico rosa Trabant, la storica automobile dei tedeschi dell’est, e che una scritta che si può scorgere nell’immagine definisce “Grosstes Kunstwerk”, il più grande capolavoro.
Tra i due brani a raccontare la storia di quella estate berlinese sono state scelte altre 12 canzoni, 10 cover e altri due inediti, simmetricamente disposti come terza e terz’ultima traccia: Ein dunkel Herr, terza traccia del disco e composta da Zamboni è un breve ed essenziale brano in cui la voce di Angela Baraldi è eterea e lieve come se ci cullasse in una strana ninna nanna ipnotica e marziale mentre Superfly, composto da Roversi, è un brano elettronico a tinte arabeggianti.
Considerare gli altri dieci brani dell’album delle semplici cover è quanto mai riduttivo. Se confrontarsi con un brano come Alabama Song, originariamente scritto da Bertolt Brecht e musicato da Kurt Weill ma di cui la versione più conosciuta è probabilmente quella dei The Doors, è impresa ardua e, in questo caso, non pienamente riuscita, ben diverso è il discorso riguardante alcuni altri brani-manifesto presenti nel disco. La rilettura di Bette Davis Eyes, per esempio, è davvero notevole, e Afraid, brano di Nico del 1970, è struggente ed emozionante, grazie a un tappeto musicale in cui il pianoforte di Roversi e il basso di Zamboni, che in questo disco decide di non imbracciare l’amata chitarra, intarsiano un mirabile tappeto sonoro che valorizza appieno la voce della Baraldi. Ma Berlino non può che essere anche Lou Reed e la sua Berlin, qui in una versione oscura e decadente, oppure i CCCP, che nascono proprio dall’incontro nella città tedesca tra Massimo e Ferretti, con la splendida versione di Allarme, che la Baraldi e Zamboni hanno più volte eseguito dal vivo negli ultimi anni e che qui Roversi insaporisce di suoni tipicamente berlinesi con gli inserti elettronici e di pianoforte che sostituiscono le chitarre.

Come è facile intuire Sonata a Kreuzberg è ben più che un semplice disco, piuttosto un viaggio in un mondo che non c’è più, affascinante e stimolante, una realtà che ha visto nascere esperienze musicali e artistiche uniche e irripetibili, una città che ha segnato, e continua a farlo seppur in modo diverso, la storia della musica rock della fine del secono scorso.

 

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