Color Fest: “Qualcosa di bello, grande”

Parole: Renata Rossi
Immagini: Maurizio Lucchini e Sonia Golemme

 

Il grande  impegno  degli organizzatori del Color fest è stato, anche quest’anno, premiato. Sin dalle prime ore del pomeriggio, un pubblico gioioso e festante si è riversato nell’abbazia Benedettina di Lamezia Terme, splendida cornice di una festival dedicato all’arte, alla musica, alla solidarietà e alla condivisione.

Sabato il primo gruppo ad esibirsi sono stati i brindisini Elektrojezus. La loro proposta si è dimostrata davvero interessante, un live in cui si fondono elettronica e rock. L’utilizzo di drum machine, sintetizzatori analogici e digitali ha creato un bel sound che ha iniziato ad attirare la folla, desiderosa di non perdersi nessuno dei live della giornata.

Pochi minuti per sistemare nuovamente il palco, in un’organizzazione in cui nessuno si è risparmiato, e il cantautore  Carmine Torchia  è salito sul palco per presentarci “Affetti con note a margine” disco intimo e personale che raccoglie «una serie di lettere scritte a destinatari diversi e mai spedite».

Subito dopo è stata la volta di Yosonu ,il progetto solista di Peppe “drumz” Costa, batterista che ha già suonato, solo per citarne alcuni con i Memories of a lost soul, Marvanza Reggae Sound, Carmine Torchia, Scarma.

Yosonu è stato sicuramente il progetto  più originale della serata grazie al messaggio della sua proposta: nessuno strumento musicale è necessario alla composizione musicale, la voce, il corpo, l’utilizzo di oggetti comuni di uso quotidiano sono i migliori strumenti che abbiamo a disposizione.

La pausa musicale successiva è servita a ricordare, in un susseguirsi di simpatici racconti e aneddoti, Stefano Cuzzocrea, giornalista musicale cosentino prematuramente scomparso. L’associazione culturale 2BePop ha inoltre presentato il libro postumo di Stefano “Ho un complesso Rock”” (ed. Round Robin) aiutando chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, ad accostarsi al suo modo di pensare, ad una scrittura che spesso diventa poesia, alla grande integrità intellettuale e morale che emerge dalle sue pagine.

È stata quindi la volta dei calabresi “Captain quentin”, band noise- post punk, acclamati da un folto numero di fan che non vedevano l’ora di ascoltare il loro ultimo disco ”We’re turning again”.  La componente synth già presente negli scorsi album è diventata negli attuali pezzi addirittura preponderante. Ma i fan storici non devono preoccuparsi, le chitarre non sono state messe da parte, tutt’altro!

L’Officina della Camomilla è l’ultimo gruppo ad esibirsi prima che inizi l’attesissimo concerto degli Afterhours. Dopo otto anni di attività, e un continuo cambiamento dei membri della band, a marzo è uscito “Palazzina Liberty” il primo lavoro scritto, arrangiato e prodotto da Francesco De Leo, leader della band. Palazzina Liberty è effettivamente il “suo” album e il “suo” racconto di viaggi fisici e mentali, più maturo sia nei testi (più concettuali e maggiormente elaborati rispetto ai precedenti) che nella musica. Non mancano dal vivo pezzi “vecchi” e soprattutto una capacità di mischiarsi anima e corpo col loro pubblico .

E poi sono arrivati gli Afterhours

Non è un caso se ancora oggi, dopo quasi trent’anni di carriera, migliaia di persone sono disposte a fare chilometri e chilometri, sopportare il caldo, ore di attesa o file interminabili, pur di poter ancora una volta ascoltare la musica, la voce e l’anima di Manuel Agnelli e compagni. Gli Afterhours sono stati e sono tuttora un’icona del mondo indie rock italiano.

 

L’inizio dell’esibizione è stata interamente dedicata alla loro ultima fatica discografica “Folfiri o Folfox”. L’album, ancor più dei precedenti, è figlio di Agnelli e del suo vissuto personale. Sia nei testi che nell’utilizzo della voce è evidente come Agnelli, in maniera diretta e priva di filtri, riesca a raccontarci qualcosa di strettamente privato ma allo stesso tempo dal respiro universale. Le canzoni, infatti, pur partendo da una vicenda personale, la morte del padre di Manuel, sembrano rivolgersi direttamente ad ognuno di noi, parlano di dolore, sofferenza, mancanza ma anche di rinascita e di rivincita.

Ma gli Afterhours non sono solo Manuel Agnelli. Lui è il leader carismatico di un gruppo i cui membri sono cambiati diverse volte nel corso degli anni. Quella di oggi è sicuramente una delle migliori formazioni di sempre, i due nuovi “innesti”, Stefano Pilia  (Massimo Volume) alla chitarra e Fabio Rodandini (Calibro 35) alla batteria, sono non solo musicisti di indubbia qualità e professionalità ma sono riusciti a portare nuove  energie, nuove  alchimie musicali, evidenti già su disco e che emergono in maniera assoluta nella dimensione live.

 

Il  concerto inizia con “Grande”, il pezzo che apre “Folfiri o Folfox”. Manuel  comincia urlandone il testo, commovente e  profondo, intimo e personale, dedicato al padre scomparso. L’emozione di Manuel è quella del suo pubblico che canta, salta, piange e urla in maniera altrettanto liberatoria e catartica. I pezzi successivi sono ancora quelli dell’ultimo album: “Ti cambia il sapore”, “Il mio popolo si fa” e la splendida ballata “Non voglio ritrovare il tuo nome” si susseguono, ahimé troppo velocemente, una dopo l’altra. I musicisti sono tutti in gran forma; Rodrigo d’Erasmo in particolare è un vero e proprio giocoliere musicale: non è solo uno dei più grandi violinisti rock ma, da vero polistrumentista, alterna sul palco pezzi in cui suona la tastiera, strumenti a fiato, chitarra e addirittura il  basso (“Cetuximab”).

Inattesi arrangiamenti su pezzi rodati, suonati più e più volte dal vivo, un  nuovo vestito sonoro (dovuto soprattutto alla batteria di Rodandini)  regalano ai fan sempre più scatenati nuove e inaspettate versioni di ”Costruire per distruggere”, “Varanasi baby”, “La sottile linea bianca”.

Il momento più emozionante è quello che segue a “Cetuximab”, pezzo esclusivamente musicale e “rumoroso”, che  prepara il pubblico in maniera anche visivamente suggestiva alla canzone successiva: “La giacca di mio padre”. Qui Manuel è solo, anima e pianoforte. Mentre recita “So navigare nel panico solo e si lo so che lui resta dentro di me…Si, lo so, che tu resti dentro di me” l’emozione e la suggestione del pezzo tocca in maniera unica i fan.

Durante il concerto c’è spazio per tutto, anche per polemizzare contro chi ancora si meraviglia della partecipazione di Agnelli a X-factor. Manuel spiega che la canzone “Pop”  è dedicata al suo ambiente, a quel mondo ottuso e mal disposto verso qualsiasi tipo di apertura  e di idee.

Si va avanti per due ore di concerto tiratissimo in cui i nostri pescano pezzi un po’ da tutti i loro album. Il finale è però dedicato a due canzoni uniche per l’ impatto emotivo che da sempre hanno sui fan:”Quello che non c’è” e “Bye bye Bombay”. Lamezia esplode, il pubblico prova a richiamare a gran voce i suoi idoli, ma ormai lo spettacolo è finito.

Non per tutti però, chi ha ancora energie, chi, galvanizzato dalla musica degli Afterhours, desidera che la notte possa non finire mai, viene accontentato: il dj set di Dj Ango Unchained e Turnover riesce a far ballare e cantare chi decide di rimanere.

È quasi l’alba quando Lamezia saluta pubblico, organizzatori, musicisti, tutti coloro che hanno reso possibile questa due giorni unica e indimenticabile! A rivederci al prossimo anno!!!

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